Qual è la cosa più bella? L’armonia
–rispondeva un pitagorico.
Giamblico, Vita pitagorica
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Figlia del dio della guerra e della dea dell’amore,
Armonia ha suscitato tre dei più penetranti frammenti di Eraclito. Il
filosofo efesino dapprima coglie l’essenza delle sue origini mitiche:
«ciò che contrasta concorre e da elementi che discordano si ha la più
bella armonia». Armonia deriva dal verbo greco harmózo, cioè
‘congiungo, compongo’, dal calco harmós, ‘giuntura’. Ciò
che è sottaciuto nell’etimologia riaffiora nel mito: attraverso le
origini mitiche di Armonia, Eraclito addita una pratica conoscitiva che
nel disgiungere e nel congiungere ha il suo asse cardinale. Toccherà a
Platone insistervi nel Fedro.
Anche nel secondo frammento eracliteo permane lo scenario mitico: «armonia
che da un estremo ritorna all’altro estremo come è nell’arco e
nella lira». Alle nozze di Armonia con Cadmo sono presenti le dodici
divinità olimpiche, a testimoniare l’intero ciclo del corso solare:
sono nozze cosmiche. Armonia riceve in dono da Ermete una lira, da Atena
una veste aurea e la madre di Giasone la inizia ai misteri eleusini.
Eraclito allude con gli «estremi» ai poli del tempo, principio e fine,
del cosmo, i solstizî, e dell’esistenza, vita e morte. L’armonia,
ritornando all’altro estremo, trascende dunque la sfera umana e la
stessa temporalità.
Della narrazione mitica Eraclito trattiene il motivo della lira,
aggiungendovi l’attributo d’Apollo, l’arco. A partire da questi
elementi va letto il terzo frammento, caro agli architetti e ai musici
di tutti i tempi: «armonia invisibile della visibile è migliore». Se
è legittimo leggervi un analogo della dottrina pitagorica
dell’armonia delle sfere, allora l’armonia visibile si darebbe nel
mondo fenomenico, l’invisibile potrebbe essere còlta solo nei
rapporti intelligibili che determinano il visibile. Mediante la lira è
forse possibile restituire parte del senso a questo frammento: di per sé
visibile, la sua forma cela gl’intimi rapporti che correlano gli
accordi fra le sue corde.
Filolao, pitagorico crotoniate celebre e per la sua
scienza armonica e per aver ceduto a Platone i famosi libri di Pitagora,
è il primo a precisare i rapporti numerici corrispondenti
agl’intervalli fra le quattro corde della lira, le cui lunghezze sono
pari a sei, otto, nove e dodici unità.
Il
tetracordo di Filolao e i rapporti armonici basati sulle tre consonanze
in accordo d’ottava, o diapason
(6 : 12 = 1 : 2), quinta, o diapente
(6 : 9, 8 : 12 = 2 : 3) e quarta, o diatessaron
(6 : 8, 9 : 12 = 3 : 4).
Fra la prima e l’ultima il rapporto è pari a un mezzo, o diapason
(ottava); fra la prima e la terza, nonché fra la seconda e la
quarta gl’intervalli sono equivalenti a due terzi, o diapente
(quinta); fra la prima e la seconda, fra la terza e la quarta, infine, i
rapporti sono di tre quarti, o diatessaron (quarta). Nella Roma
del terzo e quarto secolo sarà Porfirio,
in Armonia tolemaica, a descrivere natura e qualità delle
consonanze armoniche.
L’armonia «invisibile» si fonda dunque sulle tre consonanze insite
nei primi quattro numeri. Nella disciplina pitagorico platonica ciò
comporta implicazioni metafisiche e cosmogoniche. Il diapason, o
1 : 2, manifesta il rapporto tra il principio immobile o «deus
absconditus» e la «diade infinita», ovvero tra l’Uno e il
molteplice o, scolasticamente, tra spirito e materia. In esso sono già
implicite le altre due consonanze e perciò costituisce l’armonia
perfetta secondo Filolao (6 : 12 = 6 : 8 + 8 : 12 o 6 : 9 + 9 : 12). Nel
diapente, o 2 : 3, la materia, o archetipo femminile, è
correlata al tre, principio manifesto corrispondente al nous, o
intellectus, e all’archetipo maschile. Nel diatessaron, o 3 :
4, il principio manifesto s’accorda con la materia «formata», la
forma entra in relazione con il solido. Le tre consonanze quindi
descrivono nel loro sviluppo geometrico e musicale l’emanazione che
dall’Uno procede sino al molteplice. Sono il canto d’un organismo
vivente, il canto dell’universo.
Si può dunque comprendere perché Vitruvio, che all’armonia dedica un
intero capitolo del suo trattato sull’architettura, indichi nel
rapporto 1 : 2 l’ideale pianta del tempio: esso diviene così specchio
dei poli fra i quali l’universo intero si manifesta, concertata e
armonica immagine del mondo. Per la stessa ragione l’ideale tempio
massonico dovrebbe svilupparsi secondo questa proporzione, da oriente a
occidente, da nord a sud, dallo zenit al nadir.
Leon Battista Alberti, l’architetto del riminese tempio malatestiano
dalle inderogabili proporzioni pitagoriche, scrisse a Matteo de’
Pasti, l’esecutore che modificava parti del progetto, di non
rovinargli «tutta quella musica». Anche l’architetto dispone dunque
della sua lira nell’orchestrare le parti e i volumi d’un edificio,
disgiunge e congiunge articolando nello spazio le tre consonanze e gli
accordi che ne derivano. Con squadra e compasso, naturalmente.
I
tre rettangoli armonici, costruiti secondo le consonanze di diapason,
o un mezzo (ill. 1, cioè 6/12), di diapente, o due terzi (ill.
2; 6/9), di diatessaron, o tre quarti (ill. 3; 6/8).
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