a cura di
Heredom
Tratto da
Rivista di Studi Tradizionali
n. 95
Luglio - Dicembre 2002

Qualche chiarimento

Qualche chiarimento

 

 

P.M.

 

  1. In René Guénon, Oriente e Occidente, Luni Editrice, pagg. 149-50.
  2. In René Guénon, Articles et Comptes rendus, Editions Traditionnelles, Paris 2002.
  3. Si può qui far notare come quest'ultima osservazione si opponga formalmente alle pretese di qualsiasi gruppo umano che, costituitosi secondo queste condizioni negative, voglia anch'esso far credere a un suo pubblico (afflitto evidentemente dalle lamentevoli limitazioni che caratterizzano la mentalità occidentale moderna) di far discendere la sua azione dai contenuti dell'opera di René Guénon.
  4. In René Guénon, Oriente e Occidente, Luni Editrice, pagg. 136-7.
Da quando, su queste pagine, ci si occupa di questioni «tradizionali», abbiamo constatato una tendenza «divagante» che ora ci pare diffondersi sempre di più anche in ambienti che, invece, per la loro natura intrinseca dovrebbero essere capaci di mirare a ben altri risultati che non siano quelli ai quali intendiamo riferirci con questo breve scritto; poiché questa tendenza è talvolta messa in relazione, come altre cose, con l'opera di René Guénon, la quale sembra nel tempo andare assumendo agli occhi di alcune persone appartenenti a tali ambienti un'importanza che esse non parevano attribuirle fino a qualche anno fa, vale la pena che le dedichiamo qualche breve riflessione.

Si tratta, come ha fra l'altro messo in luce la prima parte dell'articolo «Confusioni» del nostro collaboratore Pietro Nutrizio nel n° 94, della propensione a «leggere» l'opera in questione in chiave preminentemente «politica», vale a dire premiando la considerazione dei risultati ai quali il tipo di lavoro proposto dall'opera di Guénon potrebbe portare nel campo del «reggimento dei popoli», ovvero dei benefici che in questo dominio si sarebbero potuti trarre (non abbiamo il cuore di dire che si potrebbero trarre, constatando lo stato per così dire «terminale» dei fenomeni sociali dai quali siamo circondati) da una messa in opera corretta dei suggerimenti in essa contenuti e dai conseguenti sforzi per portarla a termine.

Questo tipo di lettura degli scritti di Guénon, o perlomeno di alcuni di essi, è secondo noi in netta contraddizione con altri elementi che tale opera, intesa nella sua globalità, contiene e che, se intesi correttamente, da questa lettura particolare dissuaderebbero formalmente; per la quale ragione il modo di vedere che porta a queste conclusioni di ordine pressoché soltanto sociale ci appare corrispondere più che altro a una cattiva interpretazione, se non a un'incomprensione totale, dei fini a cui l'intera opera tendeva. Ci rendiamo conto che, a tale nostra osservazione critica sulla mentalità di coloro che sono affetti da simile incomprensione, chi ne è colpito potrà obiettare che un autore può fare legittimamente qualsiasi affermazione sulle conseguenze a cui può portare la lettura dei suoi scritti, ma che questo non significa che i suoi modi di vedere al riguardo debbano essere obbligatoriamente condivisi dai lettori della sua opera. Questo è uno stato di cose al quale non possiamo opporre nulla, se non che per noi una simile conclusione corrisponde a un sofisma, o per lo meno a uno di quei paralogismi ai quali è adusa la mentalità «accademica», invincibilmente portata a giocare con le parole senza che esse conducano da nessuna parte; il nostro proprio modo di ragionare, il quale è insieme logico e «tradizionale» (o forse proprio logico perché tradizionale) ci porta invece a concludere che se si condividono i presupposti intellettuali esposti da Guénon, non si potrà poi fare a meno di approvare le conclusioni che ne derivano, oppure che, se queste ultime non sono accettate, è implicito che non siano stati approvati neanche i primi, o, molto più probabilmente, che essi non siano stati capiti nella loro giusta portata.

A nostro modo di vedere, Guénon non ha scritto per se stesso, come sono usi fare gli scrittori moderni (egli ha sempre detto, infatti, di non essere uno «scrittore», nel senso abitualmente inteso nella moderna mentalità occidentale), ovverosia per emettere delle «opinioni», o dei pareri che valessero solo per lui; la dottrina che si esprime nei suoi libri non era (e non è) «la sua»; essa ha una provenienza «sopra-umana», vale a dire che ha le caratteristiche dell'impersonalità e dell'universalità (ovvero della verità, se questa parola significa ancora qualcosa per qualcuno). Questo significa che per noi è chiaro che René Guénon era - se così si può dire - in possesso dei princìpi che presiedono a qualunque conoscenza vera, o che, meglio, la costituiscono (se non fosse così come avrebbe fatto per prendere la parola, enunciandone per primo la concezione in un ambiente nel quale la coscienza di essi era del tutto scomparsa?).

Sennonché, la sua funzione non era affatto quella di «tradurli in pratica» personalmente quando si trattasse delle loro applicazioni contingenti, «politiche» o di qualsiasi altro genere; essa era bensì quella di suscitare in qualcuno (che sapeva esistere) il desiderio di fare ciò che era necessario affinché costoro, dei princìpi, entrassero «in possesso» a loro volta, come aveva fatto lui. Tanto meglio se essi fossero stati compresi nel numero di coloro che, per la loro posizione, fossero in grado di influire in modo corretto - ovvero appunto secondo i princìpi - sulla situazione del mondo moderno. Ma anche se così non fosse stato. ovvero se costoro non fossero stati «toccati» dalla sua opera, la cosa non avrebbe avuto poi quella grande importanza, tenuto conto della potenza implicita nei princìpi stessi, indipendentemente dalla posizione occupata dagli individui che ne potessero essere il «supporto» e dal loro ruolo «sociale».

Il punto, leggendo l'opera di Guénon e per evitare l'errore di cui stiamo parlando, è quindi quello di riuscire a dare, all'inizio almeno «teoricamente», il significato che il termine «conoscenza» ha nella «tradizione», che non è affatto quello che esso ha per la «cultura» moderna, per la quale, per bene che vada, «conoscenza» non significa altro che «informazione» (è la differenza che esiste tra «conoscenza» vera ed «erudizione»).

Quelli che R. Guénon propose nella sua opera sono gli elementi intellettuali che coloro che erano in grado di recepirli dovevano acquisire perché fosse formata, con il conseguente «lavoro» necessario, un'«élite» intellettuale che avrebbe influito invisibilmente su tutto dal «centro», quindi anche sugli «affari del mondo», e simili elementi non sono per nulla qualcosa da cui avrebbe potuto essere inferito superficialmente un comportamento «politico» senza che fossero prima realizzate le condizioni conoscitive dalle quali si sarebbe dedotta, implicitamente, qualsiasi applicazione sul piano umano (quindi anche quella dell'organizzazione politica e sociale di qualsivoglia gruppo umano).

Perché fosse attuato quanto Guénon proponeva, occorreva però non trascurare quanto egli diceva che bisognava fare, o non fare, affinché queste condizioni conoscitive fossero realizzate, e a tale proposito egli affermava che: «[...] per quanto si avesse cura di provvedere a una selezione rigorosa [nella formazione di una qualsiasi organizzazione che avesse le caratteristiche esteriori di una "società" come intesa dai moderni], ben difficile sarebbe impedire, soprattutto agli inizi e in un ambiente così poco preparato, l'introdursi di qualche individualità la cui incomprensione basterebbe da sola a compromettere tutto; ed è inoltre facilmente prevedibile che gruppi del genere rischierebbero di lasciarsi sedurre dalla prospettiva di un'azione sociale immediata, fors'anche addirittura politica nel senso più ristretto della parola, e questa sarebbe certo la più pericolosa di tutte le eventualità, la più contraria al fini che ci si propone» (1).

Questo pericolo, di un'infiltrazione, cioè, di elementi che con la loro incomprensione comprometterebbero tutto il lavoro proposto da Guénon, incominciandolo dalla considerazione dei risultati finali invece che da quella dei presupposti iniziali da «realizzare» preventivamente (vale a dire incominciando da quelli che dovrebbero essere considerati risultati «esteriori», invece che dai loro presupposti «interiori») è, fra gli altri, quello che fu rappresentato emblematicamente dalle tendenze che si manifestarono incondizionatamente, in Italia, in Julius Evola, e a questo proposito si confronti, quanto detto, con il seguente estratto da una recensione di Guénon dell'aprile 1936 («Etudes Traditionnelles»); il libro recensito era: G. Cavallucci, L'intelligenza come forza rivoluzionaria (2):

«È singolare constatare come il termine "rivoluzionario" abbia assunto attualmente, in Italia, in senso quali diametralmente opposto a quello che aveva sempre avuto e che ancora ha da tutte le altre parti, a un punto tale che certuni giungono perfino ad attribuirlo a idee di restaurazione tradizionale; se non se ne fosse preavvertiti, si comprenderebbe certo assai male un titolo come quello del presente libro. Ciò che esso contiene di interessante dal nostro punto di vista non è, sia chiaro, quel che si riferisce più o meno alla politica o all'"amministrazione", ma quel che ha attinenza a questioni di principio; e, prima di ogni altra cosa, ritroviamo in esso un'ottima critica della concezione moderna dell'"intellettuale", il quale non ha certo niente in comune con la vera intellettualità. A questa concezione esclusivamente profana, razionalistica e democratica, viene opposta quella del "saggio" antico, rivestito di un carattere sacro nel senso rigoroso della parola, e la cui collocazione, nell'organizzazione sociale, dev'essere propriamente al "centro"; questo è espressamente dichiarato dall'autore, ma forse questi non ne trae abbastanza chiaramente la conseguenza, ossia che da costì il "saggio" la sua influenza la esercita mediante una sorta di "azione di presenza", senza che abbia affatto da immischiarsi in attività più o meno esteriori. Comunque sia, è proprio questo ruolo e questo carattere del "saggio" che si tratterebbe effettivamente di ristabilire; sennonché, sfortunatamente, quando si passa [qui si tratta di una critica che René Guénon fa all'autore dello scritto] a esaminare la possibile applicazione, si riscontra una strana sproporzione tra questo risultato e i mezzi proposti per ottenerlo; ci sembra che si rischi fortemente di ricadere di fatto nel campo della pseudo-intellettualità, quando si scenda fino a prendere in considerazione la "cultura" universitaria, la quale della pseudo-intellettualità è il tipo più compiuto; oppure, quando si voglia invece assicurare realmente ai soli rappresentanti della vera intellettualità, o, che è la stessa cosa, della spiritualità pura, il loro posto al vertice della gerarchia, non ci sarà da temere che tale posto rimanga vuoto? L'autore riconosce che al presente esso vuoto lo è, e pone a tal proposito il problema dell'"élite" spirituale, ma in una maniera che non fa che troppo vedere quanto sia difficile risolverlo nella attuali condizioni [1936!]: come non sarà difficile capire, dopo le considerazioni da noi espresse di recente, la formazione dell'"élite" non può essere una semplice questione di "istruzione", quand'anche "integrale"; e inoltre, anche supponendo questa "élite" costituita, non la vediamo certo raggrupparsi in un'"accademia", o in qualsiasi altra istituzione che si esponga similmente agli occhi del pubblico; con questi modi di pensare, eccoci, ohimé! ben lontani dal "centro" che governa invisibilmente ogni cosa...» [i corsivi sono nostri] (3).

In questo caso è la differenza che c'è tra l'istruzione accademica e la conoscenza iniziatica. E per tornare alla questione della «politica» da cui siamo partiti, non si tratta, per l'opera di Guénon, né di «destra» né di «sinistra», secondo la terminologia «sociologica» corrente, punti di vista moderni che si equivalgono perfettamente, ponendosi sullo stesso piano «profano»; ma di «interno» o di «esterno». L'attività che si esplica dall'interno è efficace, quella che si situa unicamente all'esterno, le sue produzioni non potranno mai essere se non sterili e vane, perché esse saranno sempre omogenee con la «corrente delle forme», la quale sfugge alla presa delle facoltà modificatrici esteriori dell'uomo.

Concludendo in modo un po' crudo, il lettore che dall'opera di Guénon è portato solo, o principalmente, a trarre conclusioni di tipo «politico», non è uno dei destinatari ai quali l'opera era indirizzata elettivamente, e l'esempio più palese di un simile lettore è ancora Evola, al quale fu preclusa l'idea di una conoscenza disinteressata, ossia non condizionata da ragioni contingenti; anche se non si può dire di lui che fosse un «universitario», pur se gli autori di dubbio valore da lui spesso citati, e le sue tecniche di riferimento, ricordano da vicino gli «universitari» in senso proprio. Ci si potrebbe ancora chiedere perché Guénon un po' dappertutto, ma soprattutto in Oriente e Occidente, abbia allora attirato l'attenzione dei suoi lettori anche sui benefici da attendersi nel campo «sociale» da un'«attività» consistente nell'acquisizione dei princìpi; la risposta la dà egli stesso, se si sa leggere:

«Certamente coloro che intraprendessero un'opera come quella di cui stiamo parlando non dovrebbero aspettarsi di ottenere immediatamente risultati appariscenti; il loro lavoro, tuttavia, non sarebbe meno reale ed efficace per questo; e pur non avendo nessuna speranza di vederne mai il frutto esteriore, essi non mancherebbero di ottenerne personalmente ben altre soddisfazioni, e inapprezzabili benefici. Non c'è anzi comune misura tra risultati di un lavoro squisitamente interiore, e della più elevata natura, e tutto ciò che può essere ottenuto nella sfera delle contingenze; se gli Occidentali la pensano diversamente, rovesciando anche in questo caso i rapporti naturali, la ragione di ciò è che essi non sanno elevarsi al di sopra delle cose sensibili; è sempre molto comodo sminuire il valore di ciò che non si conosce e, quando si è incapaci di afferrarlo, è anche il mezzo migliore per consolarsi della propria impotenza; ed è per di più un mezzo alla portata di tutti.

Ma, si dirà forse a questo punto, se le cose stanno in tal modo, e se in fondo questo lavoro interiore con cui bisogna cominciare è il solo che sia veramente essenziale, perché preoccuparsi d'altro? Il fatto è che, se le contingenze sono senza dubbio soltanto secondarie, esse tuttavia esistono, e poiché viviamo nel mondo manifestato, non possiamo disinteressarci completamente di esso; d'altra parte, giacché tutto deve derivare dai princìpi, il resto può essere ottenuto per così dire "in sovrappiù", e si avrebbe del tutto torto a precludersi questa possibilità. Esiste però, di ciò, un'altra ragione, che si riferisce più particolarmente alle condizioni attuali della mentalità occidentale: date dunque queste condizioni, vi sarebbero ben poche probabilità di interessare, sia pur soltanto la possibile élite (intendiamo riferirci a coloro che possiedono le attitudini intellettuali richieste, ma non sviluppate), a una realizzazione destinata a restare puramente interiore, o che, per lo meno, le si presentasse sotto questo unico aspetto; molto più facilmente si può invece suscitare il suo interesse facendo presente che tale realizzazione deve produrre, se non altro in un lontano futuro, risultati anche esteriori; ciò che, del resto, non è se non la pura verità. Benché lo scopo sia sempre il medesimo, diverse sono le vie per raggiungerlo, o piuttosto per accostarglisi, giacché quando si giunga nella sfera trascendente della metafisica ogni differenza scompare; fra tutte queste vie è necessario scegliere quella che meglio si adatta agli individui ai quali ci si rivolge» [i corsivi sono nostri] (4).

Non ci sembra che sia possibile esprimere in modo più chiaro quali fossero gli intendimenti di Guénon nella redazione della sua opera; e, insieme, quale fosse la via scelta dalla sapienza tradizionale per portare qualcuno a desiderare di realizzarli.