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Quando nel presente studio ci occorrerà di accennare agli scritti di R. Guénon senza indicare specificamente il nome di quest'ultimo, ci serviremo della parola Autore con una «A» maiuscola; questo per evitare confusioni con «l'autore» del documento di cui ci occuperemo, espressione che saremo costretti ad adottare lungo tutto il nostro lavoro per le ragioni che si vedranno.
Un esempio di tale pretesa particolarmente adatto da richiamare in questa occasione è quello che è stato esaminato da P. Nutrizio nel corso del suo articolo su «Un equivoco di fondo», nei nn. 74 e 76 della Rivista di Studi Tradizionali. Questo articolo prendeva infatti le mosse dalla considerazione dello spirito in cui è concepito il libro biografico di J.-P. Laurant «Le sens caché dans l'oeuvre de René Guénon», e il «Documento» di cui si parlerà qui getta una luce finora insospettata sui rapporti che possono esserci tra i due «lavori».
Cfr. A. Balestrieri, «"L'Archéomètre" e dintorni», Rivista di Studi Tradizionali n. 84.
«Raccapricciante» non ci pare un qualificativo troppo forte per dipingere la leggerezza con la quale sono state diffuse, da parte di vari scrittori che si occupano o si sono occupati di questioni «tradizionali», e dello stesso «autore», informazioni sulle attività della Loggia «La Grande Triade» e del gruppo ristretto intitolato appunto «Les Trois Anneaux», contravvenendo spudoratamente all'impegno dei componenti di qualsiasi Loggia a mantenere il segreto sui suoi «lavori». È fuori di qualsiasi dubbio che coloro che nel tempo sono stati contagiati da questo genere di alacrità letteraria - frutto evidente di una ben occidentale mania di «protagonismo» -, chiunque essi siano, non hanno minimamente compreso il senso degli avvertimenti contenuti nel capitolo «L'odio per il segreto» del «Regno della Quantità e i segni dei Tempi», in particolare per quanto riguarda le attività iniziatiche.
A meno di non accettare quelle che Dominique Devie, nell'articolo da noi segnalato all'inizio, sembra fornire quando dice: «Come affermava uno dei presentatori dei lavori di Reyor, la pubblicazione di questo "Documento" sarà la sola cosa capace di por termine agli impieghi faziosi ai quali esso può dar luogo (...)». Soltanto che l'asserzione del Devie e della sua fonte, favorevole all'«autore» del «Documento», noi l'interpretiamo in un senso del tutto opposto alle sue intenzioni, e per noi, come si vedrà nel corso di questo nostro studio, l'«impiego fazioso» del Dossier è quello a cui esso era per natura propria destinato, cioè quello degli ambienti ostili all'opera di René Guénon e al suo Autore...
Sia quel che si vuole di questa specifica questione di interpretazione della natura del «Documento» da parte di altri, il nostro articolo è, nelle nostre proprie intenzioni, anch'esso destinato a metter fine a questi «impieghi faziosi» con il gettare un po' di luce sull'aspetto avverso allo spirito dell'opera di Guénon insito nell'attività pubblicistica del suo «autore», per lo meno nei suoi ultimi decenni di vita. In realtà, a nostro modo di vedere, il Dossier in questione rivela falle dottrinali e di fondo che devono aver perseguitato il suo redattore per tutta la sua vita, ossessionandolo con dubbi mai risolti; quel che ci auguriamo è solo che la nostra intenzione possa corrispondere a qualche realtà negli animi di qualcuno dei nostri lettori...
Che il «Documento confidenziale inedito» abbia veramente per autore J. Reyor, potrebbe essere d'altra parte confermato dalla seguente affermazione, dal tono sicuro e un po' ingenuo, che si ritrova a p. XXXV della «Nota bio-bibliografica» redatta da François Secret per il libro di Paul Vulliaud «Histoires et portraits de Rose-Croix», pubblicato abbondantemente postumo da Arché nel 1987: «Che Vulliaud non abbia gradito il tono di Guénon [il quale aveva recensito all'epoca due lavori di questo autore, "La Kabbale juive" (1925) e "Le Siphra di-Tzeniuta" (1930)] si vede nel "Documento confidenziale inedito" di Marcel Clavelle (Jean Reyor), incaricato da Guénon di riorganizzare "Le Voile d'Isis" in "Etudes Traditionnelles"».
Come qui si vede, il «memoriale», per quanto «confidenziale», ha sempre fatto molto strada negli ambienti che professano - come fa il Secret - un «antiguénonismo» tanto viscerale quanto ottuso anche se mascherato da ingannevole erudizione.
Il Secret, che non perde occasione per spargere a piene mani i giudizi negativi altrui su René Guénon, assecondando le tecniche denigratorie indirette da noi messe in rilievo nei nn. 70, 71 e 73 della «Rivista di Studi Tradizionali», riporta qui il «pensiero» del Vulliaud su Guénon e su «Etudes Traditionnelles»: «Voi non siete altro che una ristretta congrega di gente che hanno assunto Guénon a loro idolo, e sono stati ammaliati dalle sue storie di iniziazione e di esoterismo. [Guénon] non è che un insolente che crede di saper tutto, un arrivista [!?], un ciarlatano e un uomo losco... Non è forse vero che il suo "Re del Mondo" è soltanto una farsa, grazie alla quale egli si vuol far passare per l'inviato di un centro misterioso?».
Parole tratte pari pari dal «Documento inedito», il cui «autore» non ha fatto così che precedere (ne fosse o no cosciente) le tecniche «psicologiche» di Secret e soci con qualche decennio di anticipo.
Ci sembra evidente che R. Guénon, il quale, come si vedrà, non è mai stato favorevole alla diffusione di notizie «biografiche» intese a «spiegare» illusoriamente i contenuti ideologici dei lavori di qualsivoglia autore (e in particolare dei suoi) non sia mai stato al corrente di questa iniziativa incongrua del suo «collaboratore».
Siamo condotti a ricorrere a questa soluzione, che può apparire a buona ragione artificiale, un po' per conservare l'abito - da noi costantemente adottato - di non fare intervenire nelle questioni trattate da questa rivista, tranne nel caso in cui questo non si dimostri totalmente impossibile, il riferimento alle persone, e un po' per conformarci alla volontà (riportata nell'articolo di «C.R.E.T.» da noi ricordato) degli eredi dell'«autore» a non pubblicizzare il suo nome con riferimento al «Documento».
È però ovvio che quando troviamo il nome in questione citato in scritti non nostri e ricondotto al «Documento», non ci consideriamo più tenuti al riserbo, e riteniamo gli autori di tali scritti responsabili dell'indiscrezione. Ciò è già avvenuto, in particolare, per i contenuti della nota 6, i quali sono apparentemente sfuggiti a tutti, almeno finora.
Non possiamo però esimerci dal far qui osservare che l'artificio a cui siamo costretti, per volere dell'«autore» stesso e dei suoi «aventi diritto», mentre complica la comprensione degli argomenti trattati, getta anche una luce supplementare sui singolari costumi, più o meno «letterari», degli ambienti ai quali il «Documento» doveva essere destinato e su coloro che di esso si sono serviti per pubblicizzare a man salva notizie riservate di ogni genere sulle individualità di cui si fa menzione scoperta nel «Documento», preservando però quella del suo «autore». Questo procedimento (la cui slealtà non era finora stata rilevata da nessuno) non fa che caratterizzare ulteriormente la dubbia «qualità» dei contenuti stessi del «Documento».
Chi sia in grado di riflettere con un po' di freddezza su tutti questi fatti non può del resto non giungere alle due seguenti conclusioni generali:
1. un documento storico-«opinionistico» come quello che commenteremo, se non si può identificarne l'autore dovrebbe essere tenuto per altamente improbabile nei suoi contenuti;
2. è per lo meno sorprendente che si possa mettere in dubbio (come si fa, sempre nell'articolo di «C.R.E.T.») che chi sia ricorso a un tal modo di procedere fosse affetto da qualche «disarmonia psichica», come da qualcuno è già stato fatto notare...
Ciò non significa, del resto, che non sia da questo libro che i lavori pubblicati da Arché abbiano poi anche tratto la loro «ispirazione». Vogliamo con questo soltanto dire che tale ispirazione la possiamo ora considerare come di secondo livello, se così possiamo esprimerci.
Nella sua pseudo-risposta ai nostri articoli sul «piano» antiguénoniano in questione, Arché («Charis», n. 3, p. 286, nota 3) si doleva che la nostra «Rivista» non si fosse fino ad allora occupata se non saltuariamente del lavoro di M.-F. James: pensiamo di poter dire che lo studio che seguirà adempia in qualche modo a questo voto, andando... direttamente alla fonte originaria.
«La Vie simple de René Guénon» era anche il titolo di un articolo, parimenti biografico, che P. Chacornac aveva fatto apparire nel n. speciale che gli «Etudes Traditionnelles» avevano dedicato alla fine del 1951 alla memoria di René Guénon, da poco scomparso. In apertura di esso comparivano già, ma soltanto abbozzate, le «giustificazioni» per aver trattato della «vita» di Guénon che esamineremo più avanti.
Ovviamente la numerazione delle pagine del «Documento» che daremo corrisponde alla «stampata» in nostro possesso; altre numerazioni sono possibili in funzione dei caratteri di «stampate» diverse.
Questa partecipazione alla redazione del libro di Chacornac venne anni dopo ammessa da Reyor (fra l'altro nell'articolo «De quelques énigmes dans l'oeuvre de René Guénon», in «René Guénon», Cahiers de l'Herne, 1985, p. 137), e lo stesso «autore» vi accenna nel suo «Documento», ma quando apparve «La vie simple», nel 1958, se ne poteva dedurre l'esistenza soltanto dal tono dei passi interpolati, che in verità non erano pochi.
Quanto sia stata illusoria questa pretesa di Reyor di «fare opera di servitore della verità», limitandosi a vedere le cose dall'esterno (anche quelle che - come qui - concernono i «fatti» della vita di René Guénon), è del resto provato dalla lettura di alcuni passi dell'ultimo capitolo della «Vie simple», passi nei quali, nella descrizione delle «ragioni» per cui l'opera di Guénon ha rivestito la forma da essa assunta, sotto un'apparenza di logicità irreprensibile, trionfano tutti i pregiudizi «razziali» del loro autore.
Ed è significativo, sotto questo punto di vista, vedere come poi nel «Documento riservato», nel quale evidentemente l'«autore» si «lasciò andare», i punti che si riferiscono a queste ipotetiche «ragioni», e che nella vita stessa di Guénon corrispondono tuttavia a «fatti» ben determinati e diversi da quelli che erano i desideri e le convinzioni individuali di Reyor, siano invece diventati altrettanti «errori»!
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È un dato di fatto (in «Rivista di studi tradizionali» più volte rilevato) che, in difetto della volontà, del coraggio, dello spirito di sacrificio, della serietà e determinazione, e - occorre pur dirlo - delle qualità intellettuali indispensabili per affrontare, senza pregiudicare dei risultati eventualmente ottenibili, il lavoro interiore di realizzazione spirituale suggerito in tutti i suoi elementi dagli scritti di René Guénon, esiste nella nostra epoca, da quando questi ultimi hanno incominciato a vedere la luce, una tendenza che va sempre più affermandosi, a occuparsi tuttavia di essi e del loro Autore (1). In tali condizioni quel che se ne potrà dire, essendo il prodotto di un accostamento «dall’esterno», non potrà mai corrispondere né all’effettiva portata di questi scritti né alle vere intenzioni di questo Autore, e illusorio sarà perciò pretendere che i lavori intaccati da una simile limitazione possano sopportare il qualificativo di «tradizionali» (2).
In realtà le produzioni che derivano da questa tendenza, soprattutto quando cerchino di sfuggire all’autorità dell’opera di Guénon, altro non possono essere che lamentevoli, e quando se ne presentano di nuove il primo impulso, come abbiamo già detto precedentemente (3), può anche essere quello di disinteressarsene, perché in verità esse non meriterebbero, in sé, che gli si consacrasse la minima porzione di tempo.
Senonché, per un verso o per l’altro, su di esse non possono non innestarsi le influenze dissolutive che sono sempre pronte ad aggredire, negli animi e nelle menti dei lettori, i contenuti dell’opera di René Guénon (abbiamo spesse volte affermato la nostra convinzione che in sé e per sé essa sia inattaccabile, come tutto ciò che emana dallo spirito); per non parlare dei diritti inalienabili della verità.
Pur se non è per noi cosa grata, tratteremo perciò, a partire da questo numero, e per quanto tempo sarà necessario, di un argomento che la rivista francese di recente pubblicazione «Cahiers de Recherches et d’Etudes traditionnelles» indicava nel suo n. 6 (autunno-inverno 1994) con il titolo «Clavelle/Reyor, la loge "Les Trois Anneaux" et le "Document confidentiel inédit"», articolo a firma di Dominique Devie. Trascurando il tema di mezzo, per sua natura inaccessibile a ogni accostamento pubblico (4), ci occuperemo esclusivamente del primo e del terzo (che fanno in fin dei conti una cosa sola), essendo nel frattempo comparso in pubblico, diffuso attraverso quel canale essenzialmente incontrollabile che è Internet, il «Documento» di cui è questione in questo articolo. Avvertiamo i nostri lettori, affinché non sussistano malintesi, che il nostro esame sarà rigorosamente limitato ai contenuti (e non a tutti, ma soltanto a quelli che possono più avvicinarsi agli interessi soprattutto dottrinali di un lettore dell’opera di R. Guénon) di questo che si presenta come un «memoriale», e, quali che siano le informazioni «personali» di cui fossimo eventualmente in possesso su quello che si presume essere il suo autore, esse non interverranno nel modo più assoluto, né in positivo né in negativo, nella formulazione del nostro giudizio finale sul «Documento».
Diamo ovviamente per scontato che quello che compare su Internet sia di fatto tutto e solo il testo della composizione; se qualcosa di quanto riporteremo (e su cui faremo le nostre riflessioni) non corrispondesse a questo presupposto, non nostra ne sarà quindi la
responsablità, ma di chi, per ragioni che non ci appaiono ancora ben chiare (5), ha provveduto ad affidare a questo mezzo il «Documento confidenziale inedito».
Daremo anche per scontato, come pensiamo non si possa non fare di fronte alla materia di un simile testo, che l’autore ne sia veramente il personaggio a cui si fa risalire il «Documento» (chi infatti, se non lui, poteva essere al corrente di tutti i fatti riferiti in esso?) (6); e d’altronde l’esistenza di un altro «memoriale», anche se di tono leggermente meno «frivolo» di questo, emesso dallo stesso autore (e questa volta in modo per noi certo) nel corso dell’ultimo anno di vita di René Guénon (7), sta ad appoggiare l’affermata paternità del presente.
Comunque stiano le cose anche sotto questo profilo, vale a dire qualunque sia l’identità «fisica» di chi ha scritto materialmente queste pagine, identità che per noi non riveste la minima importanza se non per il fatto che è evidentemente quella di qualcuno che fu realmente «prossimo» a Guénon sotto un certo riguardo, ciò che diremo farà astrazione, ripetiamo, da ogni giudizio o considerazione «personale» su di lui, e si conterrà - come si deve - alle idee e agli atteggiamenti di quello che continueremo a chiamare «l’autore» del «Documento», nei confronti dell’opera di René Guénon e della sua funzione (8).
E non dispiaccia a chi ha concorso a rendere pubblico questo dubbio «pezzo di letteratura» se diciamo subito che, quanto a noi, noi non facciamo nessuna differenza (come sembra che facesse «l’autore») tra la persona di Guénon e la sua funzione; magari costoro non lo capiranno, ma questa è la differenza che corre tra un «profano» e un uomo di tradizione nel senso indicato da René Guénon.
Quando, alcuni anni fa, ci accingemmo a scrivere la serie di articoli che intitolammo «Nuove tecniche di attacco all’opera di René Guénon», i quali erano concepiti per opporsi ai testi che la Casa editrice Arché aveva allora incominciato a pubblicare, sottilmente intesi a presentare in una dubbia luce l’opera di René Guénon e la figura del suo Autore, eravamo sotto l’impressione (e lo dicemmo chiaramente) che tali pubblicazioni non fossero altro che lo «svolgimento» diffuso di temi ed episodi che si ritrovavano in nuce nel libro di M.-F. James «Esotérisme et Christianisme autour de René Guénon», apparso qualche anno prima. Proprio da questo libro (ma non solo) sapevamo dell’esistenza di un «Document confidentiel inédit», che doveva con tutta probabilità risalire allo scrittore francese Jean Reyor, pseudonimo - con altri - di Marcel Clavelle, da François Secret speditamente identificato, come si è visto, come colui che era stato «incaricato da Guénon di riorganizzare "Le Voile d’Isis" in "Etudes Traditionnelles"»; non avevamo però ovviamente mai avuto agio di leggere il «Documento» stesso, il quale era, come dice il suo sottotitolo convenzionale (sufficientemente rivelatore per chi sia al corrente dei costumi... polizieschi di certi ambienti), «confidenziale».
Ora che esso è fra le nostre mani in copia stampata, ci siamo potuti rendere finalmente conto che non soltanto il libro di M.-F. James, lungi dall’essere «autosufficiente» come pensavamo, affonda in esso, e profondamente, le sue radici, ma che lo stesso avviene per un bel numero di altri lavori (fra cui le «biografie ragionate» di J.-P. Laurant e di J. Robin), e che in definitiva è da esso che ha preso le sue mosse il «piano» antitradizionale di cui abbiamo discusso con qualche ampiezza in «Nuove tecniche di attacco» (9); è dalla sua analisi accurata, possiamo dedurre, che è anche stata suscitata in particolare l’iniziativa di inserire nel «piano» la ristampa di tutti gli articoli di Reyor (Arché e Editions Traditionnelles), la cui «somma» - scritti risalenti a prima e dopo la morte di R. Guénon - è così propria a confondere, oggi, le idee di coloro che per la prima volta si accostano all’opera di questo Autore.
Il «memoriale» che compare su Internet porta, quale vero e proprio titolo, la dizione «Quelques souvenirs sur René Guénon et les Etudes Traditionnelles» e da una frase che contiene può essere datato nel 1963, ma per situarlo più appropriatamente sia nel tempo sia soprattutto nella mentalità del suo «autore» e dell’ambiente in cui nacque, se la datazione è esatta, è opportuno ricordare che già nel 1958 era comparso, presso le Editions Traditionnelles, un singolare libro sulla «Vie simple de René Guénon», dove soprattutto incongruo suonava l’aggettivo che qualifica la «vita» di Guénon (10).
Era il periodo in cui la rivista che era stata «di René Guénon» aveva subìto una riorganizzazione più o meno forzata, come dice lo stesso «autore» a p. 51 del suo «Documento» (11), riorganizzazione il cui risultato era stato che il periodico presentasse, accanto a lavori di F. Schuon, di M. Lings, di R. Allar (che nel tempo si erano, vuoi più vuoi meno vistosamente allontanati dallo spirito dell’opera di R. Guénon, all’insaputa dei lettori) e di altri collaboratori più sicuri o più «anodini», anche quelli di un «gruppo cattolico» reclutato all’uopo da Reyor, e si potevano in essa trovare, in apertura di annata (1956, n. di gennaio-febbraio), citazioni - affiancate - da un volume di Guénon e da uno scritto del Cardinale Tisserand...
«La Vie simple de René Guénon» portava la firma di Paul Chacornac, proprietario delle Editions Traditionnelles, ma non era difficile, leggendolo con qualche attenzione, scoprire che la sua penna era stata «sorretta» da qualcun altro, e indovinare che questo qualcuno non era né più né meno che «l’autore» del «Documento», il quale ne aveva chiaramente redatto di sana pianta almeno l’ultimo capitolo, «Après le départ du semeur» (12). Questo capitolo prefigura, se così si può dire, il «memoriale» che abbiamo sotto gli occhi, per lo meno nelle sue linee direttrici (non vi era però in esso traccia di nomi di persone e di informazioni su di esse, dei quali è invece così ricco il «Documento», al punto di suscitare le peggiori illazioni, e soprattutto vi mancava l’acrimonia nei confronti di Guénon che caratterizza quest’ultimo). Restava il fatto, sorprendente e anche un po’ allarmante, che fosse proprio l’editore «ufficiale» di René Guénon a pubblicare per primo una «biografia» di questo Autore, che i suoi lettori in buona fede non potevano dimenticare essere colui che aveva scritto, nel 1935, uno studio («Noms profanes et noms initiatiques») che fra molte altre considerazioni riguardanti cose sconosciute o totalmente dimenticate da secoli in Europa, portava anche questa, la quale, per quanto lunga, qui riproduciamo:
«D’altro canto, anche nell’àmbito profano, ci si può stupire dell’importanza che ai giorni nostri si attribuisce all’individualità di un autore e a tutto quel che da vicino o da lontano ha attinenza con essa; forse che il valore dell’opera dipende in qualche modo da cose di questo genere? Sotto un altro profilo, è facile da constatare che la preoccupazione di dare il proprio nome a una qualsiasi opera si incontra tanto meno frequentemente in una civiltà quanto più strettamente questa sia legata ai princìpi tradizionali, dei quali, di fatto, l’"individualismo" sotto tutte le sue forme è la negazione vera e propria. Si comprenderà senza difficoltà che tutte queste cose sono collegate tra di loro, né vogliamo insistere ulteriormente su di esse, tanto più che ne abbiamo già parlato spesso in altre occasioni; sennonché ci è sembrato non inutile - in questa - sottolineare che il tipo di azione dello spirito antitradizionale, caratteristico dell’epoca moderna, è la causa principale dell’incomprensione delle realtà iniziatiche e della tendenza a ridurle ai punti di vista profani. È questo spirito che, sotto nomi come "umanesimo" e "razionalismo", si sforza - da diversi secoli, - di ricondurre tutto alle proporzioni dell’individualità umana comune, intendiamo dire della porzione ristretta che ne conoscono i profani, e di negare tutto quel che supera tale sfera esiguamente limitata, in particolare - perciò - tutto quel che ha attinenza con l’iniziazione, a qualunque livello. Non c’è quasi neppure bisogno di far rilevare come le considerazioni che abbiamo qui esposto si fondino essenzialmente sulla dottrina metafisica degli stati molteplici dell’essere, della quale sono un’applicazione diretta; come potrebbe una simile dottrina essere capita da chi abbia la pretesa di fare dell’uomo individuale, e addirittura della sua sola modalità corporea, un tutto completo e chiuso, un essere che è sufficiente a se stesso, invece di vedere in esso se non quel che esso è in realtà, vale a dire la manifestazione contingente e transitoria di un essere in un particolarissimo dominio fra quelli la cui moltitudine indefinita, nel suo insieme, costituisce l’Esistenza universale, e ai quali corrispondono - sempre per quest’essere - altrettante modalità e stati differenti, di cui gli sarà possibile prender coscienza precisamente seguendo la via che gli viene aperta dall’iniziazione?» [i corsivi sono nostri].
Da questo semplice fatto, quindi, dalla pubblicazione cioè di un libro come la «Vie simple de René Guénon» (e senza neppure tener conto di tutte le altre osservazioni che conterrà questo nostro articolo) si può già indovinare come siano profondamente mistificanti, quindi in malafede, e questo proprio in quel campo dottrinale o «teorico» che è per noi fondamentale, tutte le illazioni di coloro che ebbero poi ad affermare che nei suoi studi «l’autore» fu «sempre rispettoso dello spirito dell’opus guénoniano» (dalla «Introduzione» di J. Thomas al primo volume della raccolta di articoli di J. Reyor portante il titolo «Pour un aboutissement de l’oeuvre de René Guénon», Arché, Milano).
Sappiamo che a quel che abbiamo detto or ora si potrebbe obiettare (e certo qualcuno lo farà) che nella prefazione della «Vie simple de René Guénon», P. Chacornac diceva anche: «Siamo quindi quasi tentati di scusarci per aver intrapreso [il lavoro biografico in cui consiste il libro], poiché una biografia di René Guénon può a buon diritto sorprendere sia i suoi lettori fedeli sia gli amici a lui più vicini, quelli che l’hanno conosciuto di persona. In effetti, René Guénon ha detto e ridetto che in campo tradizionale, il solo che ai suoi occhi avesse un’importanza, le individualità non contano. Ma non possiamo far nulla contro il fatto che il mondo in cui viviamo spesso si interessa più alle individualità che non alle opere [...]» [il corsivo è nostro].
Questa affermazione, se la si confronta con il passo di Guénon da noi citato, se pure denota una certa quale onestà in chi l’ha emessa (o la semplice preoccupazione di «mettere le mani avanti»?...), non manca però di mettere in luce, come abbiamo appena detto, che lo spirito con cui non poteva non essere concepito un tale libro non era conforme a quello che informa l’opera di Guénon, la quale non fa nessuna concessione a quella mentalità profana che invece, di tutta evidenza, pervade le dichiarazioni di Chacornac/Reyor da noi riportate.
Tale mentalità non farà che manifestarsi quasi senza freni nel «Documento confidenziale inedito», e non stupisce, di conseguenza, che quest’ultimo abbia potuto costituire come una «porta aperta» per le influenze contro-tradizionali che presero poi supporto nei susseguenti lavori «biografici» da noi ricordati. E se nell’«Avant-propos» della «Vie simple», Chacornac/Reyor continua la sua giustificazione della propria iniziativa dicendo piuttosto farisaicamente che a essa è stato spinto dal timore che «a difetto di poter scrivere la storia [di R. Guénon] non si costituissero poi su di essa delle leggende, le cui intenzioni potrebbero essere molto diverse e persino opposte [ma a cosa?]», e che è «sul terreno dei fatti» che, per evitare questo, egli «intendeva mantenersi», vedendo ora i risultati che prendendo spunto da essa sono stati ottenuti sia da lui stesso che da altri, non si può se non concordare con Guénon quando diceva che i fatti - da soli - non proveranno mai la giustezza di una teoria.
Cosicché si può ora affermare, come noi facciamo, che fosse ben lungi dal corrispondere a una qualche realtà la pretesa finale di Reyor di aver fatto - assemblando per primo qualche vicenda slegata dell’iter umano di René Guénon - (sia pure «a un livello certo ben modesto», come dice lui) «opera di servitore della verità» (13).
Il «Documento» che esamineremo è di fronte ai nostri occhi a provarlo.
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