La Massoneria di Désaguliers e Anderson

La Massoneria di Désaguliers e Anderson

La nascita della Gran Loggia di Londra

Natale Mario di Luca

1 The new book of constitutions of the Ancient and Honourable Fraternity of Free and Accepted Masons. Containing their history, charges, regulations &c., collected and digested by order of the Gran Lodge from their old records, faithful traditions and lodge-books, for the use of the lodges, J. Robison, London, 1738.
2 Sir Christopher Wren (1632-1723) conseguì il titolo di Master of Arts ad Oxford nel 1653, dedicandosi negli anni seguenti allo studio dell’astronomia, che dal 1657 insegnò presso il Gresham College a Londra e dal 1661 ad Oxford. Tra i fondatori della Royal Society, della quale fu presidente dal 1681 al 1683, tra il 1665 ed il 1666 soggiornò in Francia, dedicandosi allo studio dell’architettura. In seguito all’incendio di Londra (1666), nel 1669 fu nominato sovrintendente alle opere pubbliche e diresse la ricostruzione degli edifici reali e governativi, ed in particolare della grande cattedrale di S. Paolo (1675-1710). Lasciò la carica di sovrintendente alle opere pubbliche nel 1718. La sua appartenenza alla libera muratoria è storicamente alquanto dubbia, anche se è certo che svolse in qualche modo il ruolo di patrono e di mecenate della Gild of Freemasons di Londra.
3 La data è indicata dal Multa Paucis, mentre l’Anderson non ne fa menzione.
4 Secondo l’Anderson, le logge in questione erano le seguenti: The Goose and Gridiron Ale-house (Birreria all’Oca e alla Graticola, di St. Paul’s Church Yard, odierna Lodge of Antiquity, No. 2), The Crown Ale-house (Birreria alla Corona, in Parker’s Lane, loggia disciolta nel 1736), The Apple Tree Tavern (Taverna del Melo, in Charles Street, odierna Lodge of Fortitude and Old Cumberland, No. 12) e The Rummer and Grapes Tavern (Taverna dell’Uva e del Boccale, di Channel Row, odierna Royal Somerset House and Inverness Lodge, No. 4). Il Multa Paucis dà notizia di sei logge, ma non ne indica i nomi.
5 Daniel Ligou rileva che il termine inglese gentleman non significa “gentiluomo”, ma “borghese che vive nobilmente”. (Anderson’s Constitutions / Constitutions d’Anderson 1723, introduction, traduction et notes de D. Ligou, Edimaf, Paris, 19984, pag. 66).
6 John, duca di Montagu (1690-1749), appartenente ad una nobile famiglia whig ben introdotta nella corte degli Hannover, divenne genero del duca di Marlborough; studioso di scienze naturali, si laureò in medicina nel 1717 e dal 1718 fu membro della Royal Society di Londra.
7 Philip, duca di Wharton (1698-1732), nacque in una nobile famiglia di fede politica whig ed hannoveriana. Nondimeno, all’età di 18 anni, giurò fedeltà al pretendente Stuart: ciò che non gli impedì di farsi nominare Lord-luogotenente d’Irlanda da Giorgio I e duca da Giorgio II. Fondatore della società libertina Hell Fire Club, nel 1719 assunse nella Camera dei Pari posizioni fortemente avverse al governo whig. Dopo la sua gran maestranza (fu eletto gran maestro il 25 giugno 1722), avrebbe creato il gruppo dei Gormogons, avverso alla Gran Loggia di Londra. Nel 1726 si convertì al cattolicesimo a Madrid, dove nel 1728 fondò la prima loggia massonica. Nel corso dello stesso 1728 e nel 1729 fondò la prima Gran Loggia in Francia. Morì in Catalogna nello stesso 1729.
8 Essi furono «compiled first by Mr. George Payne, Anno 1720, when he was Grand-Master, and approv’d by the Gran Lodge on ST. John Baptist’s Day, Anno 1721, at Stationers’ Hall, London; when the most noble Prince John Duke of Montagu was unanimously chousen our Grand-Master for the Year ensuing» (Constitutions of the Free-Masons. Containing the History, Charges, Regulations, &c. of that most Ancient and Right Worshipful Fraternity. For the Use of the Lodges, London, printed by William Hunter, for John Senex at the Globe, and John Hooke at the Flower-de-Luce over-against St. Dunstan’s Church in Fleet-street. In the Year of Masonry 5723, Anno Domini 1723, pag. 58).
9 Questa disposizione venne realisticamente revocata nel 1725. È appena il caso di precisare che all’epoca quello di “Maestro e Compagno d’Arte” era un unico grado, generalmente denominato semplicemente come “Compagno”, mentre il “Maestro” era per antonomasia il “Maestro della loggia” o Maestro Venerabile.
10 La trasformazione della loggia di York in Gran Loggia avvenne nel 1725, evidentemente sull’esempio di quella di Londra. Questa Gran Loggia, che nel 1780 patrocinò anche la nascita di un’altra Gran Loggia (la Grand Lodge South of the River) voluta da William Preston in polemica con la Gran Loggia dei Moderns, cessò di esistere nel 1792.
11 Bayard J.-P., Symbolisme maçonnique traditionnel, Edimaf, Paris, 19875, vol. I, pagg. 52-57; Tourniac J., Paradoxes, énigmes et curiosités maçonniques, Dervy, Paris, 1993, pagg. 123-137 e 212-241.
12 Una traduzione italiana delle Costituzioni dell’Anderson, comprendente le Costituzioni propriamente dette, i Doveri dei liberi muratori ed i Regolamenti generali compilati dal Payne (ma mutila delle quattro canzoni presenti nell’originale inglese del 1723), è in Rivista Massonica 60: 165-225, 1969. Completa è, invece, una successiva edizione (Bastogi, Livorno, 1974, seguita da una riediz. Bastogi, Foggia, 1991) con importante prefazione di Lionel Vibert e traduzione di Giordano Gamberini. Ad essa si è aggiunta una nuova trad. it. integrale: Le Costituzioni dei Liberi Muratori 1723, introd., trad. e note di G. Lombardo, Brenner, Cosenza, 2000.
13 Non è possibile condividere la lettura che di questa “non-definizione” di Dio dà il Giarrizzo, secondo il quale «l’indicazione è quella del compromesso di Augusta (cuius regio eius religio), riletto nell’obbligo per il massone di seguire la religione del paese in cui si è nati, ma senza conflitti con la religione del paese in cui si vive» (Massoneria e illuminismo nell’Europa del Settecento, Marsilio, Venezia, 1994, pag. 51). Nel testo andersoniano, al contrario, il riferimento alla formula di Augusta viene presentato come superato, mentre l’obbligo presente si circoscrive alla “legge morale”, che è cosa diversa dalla «religione del paese in cui si è nati».
14 Il deismo si fonda sulla dottrina di una religione naturale, non discendente da una rivelazione storica ma elaborata dalla ragione umana sulla base della manifestazione della divinità nella natura. Come corrente nell’ambito dell’illuminismo, le venne dato inizio ad opera dei cosiddetti platonici di Cambridge (soprattutto Herbert di Cherbury) e fu proseguito da John Toland, da Mathew Tindal, da Anthony Collins e da Anthony Shaftesbury. È da rilevare che Voltaire impiegava il termine “teismo” come sinonimo di “deismo”, anche se – in opposizione ai deisti inglesi, i quali attribuivano alla divinità il governo sia del mondo fisico sia di quello morale – egli riteneva che Dio non si occupasse affatto degli uomini e del loro destino.
15 Critica della Ragion Pura, II (Dialettica trascendentale), cap. III, sez. VII (pag. 400 e sgg. della classica trad. it. di G. Gentile e G. Lombardo Radice, riveduta da V. Mathieu, Laterza, Bari, 19916): «Se per teologia intendo la conoscenza dell’Essere originario, essa è fondata o sulla pura ragione (theologia naturalis) o su una rivelazione (revelata). La prima concepisce il suo oggetto o semplicemente con la ragion pura, mediante meri concetti trascendentali (ens originarium realissimum, ens entium), e dicesi teologia trascendentale; ovvero, mediante un concetto, che essa ricava dalla natura (della nostra anima), con la suprema intelligenza, e dovrebbe dirsi teologia naturale. Chi ammette soltanto una teologia trascendentale è detto deista; chi ammette anche una teologia naturale, teista. Il primo ammette che in ogni caso noi possiamo conoscere con la semplice ragione l’esistenza di un Essere originario, di cui per altro il nostro concetto è semplicemente trascendentale, cioè solo di un essere, che ha ogni realtà, ma che non si può determinare di più. Il secondo afferma, che la ragione è in grado di poter determinare di più l’oggetto secondo l’analogia con la natura, ossia come un essere che per intelletto e libertà contenga in sé il primo principio di tutte le altre cose. Quello si rappresenta, dunque, in tale essere solo una causa del mondo (senza dire se mediante la necessità della sua natura, o mediante la libertà); questo, un creatore del mondo».
16 Per una visione d’insieme cfr. Jacob M. C., The Radical Enlightenment: Pantheist, Freemasons and Republicans, George Allen & Unwin, 1981 (trad. it.: L’illuminismo radicale. , Il Mulino, Bologna, 1983), Ead., Living the Enlightenment. , Oxford University Press, 1991 (trad. it.: Massoneria illuminata. , Einaudi, Torino, 1995). Per un rapido excursus sull’evoluzione del concetto di tolleranza, soprattutto attraverso il Rinascimento e la Riforma, cfr. Kamen H., Nascita della tolleranza, Il Saggiatore, Milano, 1967; utili approfondimenti in Delumeau J., Naissance et affirmation de la réforme, PUF, Paris, 1965.
17 La tesi in questione fu elaborata segnatamente da Maurice Paillard, che nel 1954 pubblicò a Londra una traduzione delle Constitutions andersoniane. Daniel Ligou, nell’introduzione alla sua citata trad. francese (pag. 49), la ritiene anacronistica, anche se giustifica la soppressione dell’obbligo di credere in Dio come una evoluzione della tradizione andersoniana ed un adattamento ai nuovi tempi ed alla nuova mentalità.
18 Jacob C. M., Massoneria illuminata. Politica e cultura nell’Europa del Settecento, cit., pagg. 5, 32, 34-35.
19 Giarrizzo G., Massoneria e illuminismo nell’Europa del Settecento, cit., pag. 74, che aggiunge: «A rafforzare un’interpretazione siffatta è la riproposizione, in appendice alle nuove Costituzioni, di A defence of masonry, un’apologia anonima dall’attacco del Prichard del 1731, attribuita ora a Martin Clare ora (ma con minor fondamento) a William Warburton». Nella nota 4 a pag. 436 della stessa opera il Giarrizzo ricostruisce in modo dettagliato il significato del riferimento “noachita”.
20 Gould R. F., The History of Freemasonry (varie edizioni, tra cui la più recente in 6 voll., Caxton Publishing Company, London, 1952). Una più recente messa a punto si deve a Révauger M.-C., Le fait maçonnique au XVIIIe siècle en Grande-Bretagne et aux États Unis, Edimaf, Paris, 1990.
Le fonti relative alla fondazione della Gran Loggia di Londra sono piuttosto scarne e risalgono a tempi successivi a quelli della fondazione stessa, posto che le prime “minute” o verbali dei lavori della Gran Loggia furono redatti nel 1723. I principali documenti utilizzabili sono due: i cenni storici forniti dall’Anderson nella seconda edizione (1738) delle sue Constitutions 1 e la cronaca riportata in un libello anonimo apparso tra il 1763 ed il 1764, The Complete Freemason, or Multa Paucis for Lovers of Secrets.
Entrambe le fonti concordano nell’attribuire la decisione di procedere alla fondazione della Gran Loggia allo stato di abbandono in cui le logge londinesi si erano venute a trovare sotto la direzione di Sir Christopher Wren 2, qualificato come “Gran Maestro”, anche se verosimilmente l’attribuzione di questo appellativo costituisce un anacronismo.
Ambedue concordano, inoltre, sul fatto che nel 1716, probabilmente nella ricorrenza del S. Giovanni d’Estate 3, il Battista, quattro Logge londinesi 4 si riunirono presso la Apple Tree Tavern di Charles Street, Covent Garden, e decisero di darsi una nuova organizzazione centralizzata, sotto la denominazione di Gran Loggia, che avrebbe dovuto riunire tutti gli ufficiali delle logge in assemblea trimestrale nonché in assemblea annuale per procedere all’elezione di un Gran Maestro.
Effettivamente l’anno seguente, il 24 giugno 1717, presso la Goose and Gridiron Ale-house si tenne la stabilita assemblea annuale e le logge ivi convenute elessero ed installarono, con il titolo di Gran Maestro, il gentleman 5 Anthony Sayer, cui succedettero George Payne (1718 e 1721), Désaguliers (1720), il duca di Montagu 6 (1722) ed il duca di Wharton 7 (1723).
La nuova Gran Loggia costituiva una assoluta innovazione. Infatti, per quanto ci è noto della libera muratoria inglese e scozzese nei secoli precedenti, mai prima di allora era esistito un organismo centralizzato tra ed al di sopra delle singole logge. Sotto il profilo formale ed organizzativo, la Gran Loggia di Londra, per quanto ancora embrionale e tutt’altro che strutturata secondo il complesso organigramma che avrebbe assunto soltanto con il trascorrere dei decenni, assumeva da subito caratteristiche che ponevano definitivamente fine all’assoluta indipendenza goduta fino a quel tempo dalle singole logge, al punto che l’art. XI dei Regolamenti generali (General regulations) 8, allegati alle Costituzioni del 1723, prescriveva che tutte le logge particolari dovessero osservare le stesse usanze ed allo scopo prevedeva il diritto di ispezione, mentre l’art. XIII stabiliva che soltanto in occasione delle assemblee trimestrali della Gran Loggia (Quarterly Communications) gli Apprendisti potessero essere ammessi come Maestri e Compagni d’Arte (Masters and Fellow-Craft), salvo dispensa 9.
Ma, soprattutto, quale che fosse stato il patrimonio ideale (religioso, simbolico ed iniziatico) della massoneria operativa, nell’organismo che così nasceva facevano irruzione e venivano ufficialmente adottati contenuti nuovi, provenienti dal gran travaglio conosciuto dall’Inghilterra nei due secoli che avevano visto l’affermazione della riforma protestante, il suo frantumarsi nel rigoglio di sette e di culti che si erano affiancati alla Chiesa anglicana, come pure i rivolgimenti che avevano portato alla nascita del parlamentarismo e di un sistema costituzionale basato sulle libertà individuali, nonostante il subbuglio e gli scossoni derivanti dalla guerre civili e dai bruschi cambi di dinastie.
A questo riguardo, è estremamente significativo che già durante la gran maestranza del duca di Montagu fosse emersa l’esigenza di procedere ad una completa revisione delle antiche Costituzioni, compito che fu affidato all’Anderson, non soltanto – come pure era necessario – per eliminare «i tanti dati inesatti e gli errori grossolani di storia e di cronologia maturati nel tempo», ma soprattutto allo scopo di sanzionare alcune posizioni ideologiche, non appartenenti all’eredità della massoneria operativa, nelle quali i fondatori della Gran Loggia si riconoscevano e che intendevano porre a fondamento dell'associazione così rinnovata.
Infatti, per quanto possa risultare conflittuale con la visione di una libera muratoria quale società iniziatica tradizionale fondata su un esoterismo simbolico-rituale, bisogna ricordare che alcuni aspetti del nuovo assetto normativo erano debitori, in diversa misura, delle tematiche elaborate tra XVII e XVIII secolo dagli eruditi olandesi, dai libertini francesi ed inglesi, dai deisti e dai philosophes. Lo spirito di tolleranza di cui erano intrise le Costituzioni andersoniane era il frutto diretto e necessario del ripudio delle disquisizioni teologiche e della lotta per la libertà religiosa. A questo proposito, sarebbe quanto meno arbitrario indicare una e soltanto una fonte ispiratrice dei princìpi stabiliti dalle Costituzioni dell’Anderson: non è esatto affermare che l’obbligo di sottostare alla legge morale, procedente dalla religione sulla quale tutti gli uomini convengono, derivasse in via esclusiva dal cristianesimo essenzializzato propugnato dal Locke, ma nemmeno è possibile escludere che la presa di distanza da questa o da quella forma di cristianesimo non fosse in qualche modo filtrata attraverso la critica radicale delle religioni di un Vanini e di uno Spinoza, o addirittura attraverso gli “empi” testi, quali il Teophrastus Redivivus (1656) od il Traité des Trois Imposteurs (1719), la cui circolazione semi-clandestina si intrecciò con quella delle opere dei freethinkers, negatori di qualsiasi religione e della nozione stessa di divinità.
Non per caso nelle quattro logge fondatrici della Gran Loggia erano ben rappresentati gli “speculativi”, estranei all’arte della costruzione: gentiluomini, borghesi, intellettuali, tra i quali un ruolo preminente spettò indubbiamente al pastore anglicano Jean-Theophile Désaguliers (1683-1744), discendente da una famiglia francese ugonotta, membro della Royal Society, brillante volgarizzatore delle teorie newtoniane e letterato ben introdotto nell’alta società londinese, ed in subordine al pastore presbiteriano scozzese James Anderson (1684-1739), che fu l’estensore delle nuove Costituzioni.
In sede di revisione storica, da queste caratteristiche taluni hanno voluto far discendere una completa estraneità della Gran Loggia di Londra rispetto alla tradizione della Massoneria operativa, sostenendo l’assoluta mancanza di continuità tra questa e quella: Anderson, Désaguliers, il gruppo fondatore della Gran Loggia del 1717 e le loro Logge non avrebbero intrattenuto alcun legame con le antiche Logge operative e si sarebbero avvalsi della decrepita ed ormai evanescente denominazione di libera muratoria come di un contenitore ormai vuoto per costituire ex novo una organizzazione di liberi pensatori, in guisa di laboratorio per l’elaborazione e per la sperimentazione in vitro di un rivoluzionario assetto politico e sociale in sintonia con le idee della borghesia emergente, intellettuale e razionalista.
La questione appare a tutt’oggi estremamente controversa. Le opposte tesi storiografiche sono così riassumibili: trapianto di contenuti esoterici, ad opera di intellettuali dediti all’ermetismo quali si annoveravano numerosissimi nell’ambito della Royal Society, in una organizzazione medioevale “di mestiere” priva di contenuti iniziatici, ormai anacronistica e condannata all’estinzione (F. A. Yates; D. Stevenson; G. Giarrizzo); ovvero, piena continuità tra un’organizzazione “di mestiere” fondata su una salda tradizione iniziatica ed una versione della stessa organizzazione rinnovata mediante l’ammissione di elementi appartenenti alla borghesia intellettuale, estranei sotto il profilo professionale ma “omogenei” sotto il profilo iniziatico (A. G. Mackey; R. F. Gould; P. Naudon); infine, progressivo snaturamento di una organizzazione iniziatica “di mestiere” che, messa in crisi dalla decadenza del sistema corporativo, da parte di “profani” estranei al mestiere e portatori di interessi e di valori non-iniziatici (R. Guénon; A. Reghini; J. Tourniac; D. Roman).
Altro aspetto, al quale occorre porre attenzione, è che la nascita della Gran Loggia di Londra non coinvolse tutte le altre logge già esistenti. Infatti, numerose logge, ancora “operative” o già a mezzo del processo di trasformazione in “speculative”, continuarono ancora a lungo a condurre una propria esistenza autonoma, come in passato, e soltanto con gradualità finirono per confluire nella Gran Loggia di Londra o per estinguersi. Per esempio la loggia di York, che vantava notevole antichità e prestigio, rifiutò di sottomettersi alla Gran Loggia di Londra e le si pose anzi in concorrenza, assumendo allo scopo l’ambiziosa ed un po’ velleitaria denominazione di Gran Loggia di tutta l’Inghilterra (Grand Lodge of All England) 10. Più tardi, a metà del secolo, una ben più temibile ed efficace opposizione si delineò attraverso il movimento tradizionalista degli Antients, i quali non esitarono ad attribuire ai fondatori della Gran Loggia di Londra la taccia di scismatici e di profanatori.
Va pure detto, con tutte le riserve del caso, che all’inizio del XX secolo, si diffusero notizie in merito ad una sopravvivenza dell’antica massoneria operativa, detentrice di un patrimonio simbolico ed esoterico ignoto ai fondatori della Gran Loggia di Londra, per tutto il XVIII secolo e per gran parte del XIX. Secondo l’inglese Clement Stretton, che ne scriveva tra il 1908 ed il 1915, l’Anderson e gli altri fondatori della Gran Loggia di Londra avrebbero abusivamente operato una riforma dell’antica massoneria operativa, organizzata ab antiquo in sette gradi a carattere marcatamente iniziatico, e ne avrebbero conservato soltanto i primi due, giacché ne ignoravano i rimanenti e più importanti. L’antica massoneria operativa sarebbe tuttavia sopravvissuta, in forma molto riservata e selettiva, fino alla fine del XIX secolo, e si sarebbe trasformata nel 1913 nella Worshipful Society of Free Masons, Rough Masons, Wallers, Slaters, Paviors, Plaisterers and Bricklayers, ancora esistente, che ammette al proprio interno soltanto massoni appartenenti alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra ed in possesso dei gradi del Marchio e dell’Arco Reale 11.
Come si è già detto, il 17 giugno 1718 ad Anthony Sayer succedette George Payne, esquire. Il nuovo Gran Maestro dispose una ricognizione degli antichi documenti (Gothic Constitutions) pertinenti alla libera muratoria. Dopo un anno in cui alla massima carica ascese il Désaguliers, nel 1720 George Payne riassunse l’ufficio di Gran Maestro e fece elaborare un nuovo regolamento, approvato nel 1721 sotto la Gran Maestranza del duca di Montagu.
Il 14 gennaio 1723, essendo divenuto Gran Maestro il duca di Wharton, furono approvate le Costituzioni 12 commissionate sotto la gran maestranza del duca di Montagu, che vennero redatte materialmente dall’Anderson, ma con tutta probabilità sotto la supervisione del Désaguliers, da ritenere senz’altro la mente direttiva della Gran Loggia nei primi anni. La struttura delle Constitutions di Anderson è la seguente:
  • la dedica al duca di Montagu, da parte di John Theophilus (Jean-Théophile) Désaguliers, Gran Maestro Aggiunto;
  • la Costituzione vera e propria, nella quale l’Anderson rielaborava il materiale delle Gothic Constitutions: partendo da Adamo, creato ad immagine di Dio, il Grande Architetto dell’Universo, la Geometria, fondamento di tutte le Arti ed in particolare della Muratorìa e dell’Architettura, si diffuse alla sua progenie, poi a Noè ed ai suoi figli, i quali la propagarono nelle diverse contrade del mondo conosciuto; Abramo ebbe cognizione della Geometria in Ur di Caldea e la trasmise ai suoi discendenti, fino a Mosé, e da questi a Salomone, che con l’aiuto di Hiram re di Tiro e di Hiram il muratore, costruì il primo Tempio; l’Arte Reale venne poi coltivata in Grecia ed a Roma, dove acquisì il massimo ed insuperato sviluppo con lo stile augusteo e da dove si espanse all’intero Impero, al cui crollo conobbe un periodo di forte decadenza; sviluppatasi nuovamente in Inghilterra a seguito dell’arrivo nell’isola di maestranze inviatevi da Carlo Martello, si riprese ulteriormente all’epoca di re Atelstano e del principe Edwin, che convocò una Gran Loggia a York; attraverso le dinastie successive la muratorìa rifiorì, fino alla sua più matura stagione, costituita dalla introduzione dello stile palladiano ad opera soprattutto di Inigo Jones;
  • i veri e propri Doveri del Libero Muratore (Charges of a Free-Mason), «estratti dagli Antichi archivi delle logge d’oltremare e d’Inghilterra, Scozia ed Irlanda, ad uso delle logge di Londra per essere lette all’iniziazione di Nuovi Fratelli o quando il Maestro l’ordinerà», a loro volta suddivisi in sei Titoli o Capitoli: I. Di Dio e della Religione, II. Del Magistrato Civile supremo e subordinato; III. Delle Logge; IV. Dei Maestri, Sorveglianti, Compagni ed Apprendisti; V. Della gestione (management) del mestiere (Craft) durante il lavoro; VI. Del comportamento (Behaviour), e cioè: 1. Nella Loggia quando è costituita; 2. Dopo che la Loggia è terminata e mentre i fratelli non sono ancora andati via; 3. Quando i fratelli si incontrano senza estranei, ma non in Loggia; 4. In presenza di estranei non massoni; 5. In casa propria e nel vicinato; 6. Nei confronti di un fratello sconosciuto;
  • i Regolamenti generali (General Regulations), compilati da George Payne e rivisti dall’Anderson (si tratta di 39 articoli concernenti il funzionamento delle logge e della Gran Loggia, gli aspetti disciplinari, le elezioni, le feste ed il banchetto, nonché di un poscritto con la descrizione del modo per costituire una nuova loggia);
  • l’Approvazione (Approbation) con le firme del duca di Wharton, del Désaguliers, dei Gran Sorveglianti e dei rappresentanti di 20 logge;
  • i testi di quattro canzoni ed i relativi spartiti musicali: il Canto del Maestro, il Canto del Sorvegliante, l’Inno del Compagno d’Arte, l’Inno d’Entrata dell’Apprendista.
Il titolo I, concernente Dio e la religione, è quello più noto e più discusso:
«Un Massone è tenuto, per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale; e se egli intende rettamente l’Arte non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso (he will never be a stupid Atheist, nor an irreligious Libertine). Ma sebbene nei tempi antichi i Muratori fossero obbligati in ogni Paese ad essere della religione di tale Paese o Nazione, quale essa fosse, oggi si reputa più conveniente obbligarli soltanto a quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono (to that Religion in which all Men agree), lasciando ad essi le loro particolari opinioni; ossia, essere uomini buoni e leali o uomini di onore e di onestà, quali che siano le denominazioni o confessioni che servono a distinguerli; per cui la Massoneria diviene il Centro di Unione ed il mezzo per annodare una sincera amicizia tra persone che sarebbero rimaste in perpetuo estranee».
Il riferimento ad una nozione della Divinità non coincidente, proprio perché indefinita, con una determinata denominazione religiosa e confessionale appare l’aspetto fondante di questa formulazione 13. In un Paese, come l’Inghilterra, nel quale all’insegna delle divisioni religiose erano trascorsi quasi due secoli, non di rado sanguinosi, fitti di rivolgimenti politici, sociali e dinastici, l’autoproclamazione della massoneria come “Centro d’unione” tra gli uomini, sulla sola base delle loro qualità morali e del solo obbligo di una religiosità non ulteriormente qualificata, costituiva un fatto davvero innovativo, anche se incideva soltanto nella realtà microsociale della loggia. Si trattava tuttavia di una soluzione più pragmatica che dottrinale: sarebbe errato inferirne una scelta deista piuttosto che teista. Certo: la formula è tipicamente deista 14, in accordo con le idee in voga in quel tempo e negli ambienti della Royal Society frequentati da molti dei dirigenti della Gran Loggia, ma occorre ricordare che distinzioni più nette tra deismo e teismo vennero poste molto più tardivamente, in particolare dal Kant 15.
Il Grande Architetto dell’Universo, la cui indistinta nozione i massoni del 1717 ponevano a fondamento dell’Arte Reale postulandola quale requisito inderogabile di fede per i propri associati, era un Dio “minimale” rispondente agli ideali deisti, secondo le idee e le mode culturali all’epoca imperanti in Inghilterra 16, ma più ancora ed illimitatamente precisabile in una dimensione personale e privata. L’anglicano, il presbiteriano o il cattolico o il calvinista avrebbero potuto e dovuto convivere fraternamente sotto la volta stellata del simbolico Tempio, paghi e sicuri dell’attitudine religiosa del proprio fratello, comprovata dal suo personale modo di vivere e di comportarsi. Il divieto di trattare in loggia di questioni religiose comportava da un lato un monito a privilegiare i tratti di unione reciproca ed a sfumare, fino ad annullarli, quelli presuntivamente forieri di discordia; dall’altro, non impediva al singolo di seguire e di approfondire ad libitum il percorso indicato dalla propria confessione religiosa e di seguirne i precetti: ma pure, è il caso di aggiungere, di ignorare ogni particolare fede religiosa, dato che il problema della fede religiosa diveniva in questo modo un fatto esclusivamente privato.
Nella visione andersoniana e nella pratica della libera muratoria coeva all’Anderson e successiva, il massone era ed è un uomo profondamente religioso nel senso etimologico e proprio del termine. D’altra parte, non sarebbe giustificato attribuire al relativo indifferentismo andersoniano una portata ecumenica: l’apertura a confessioni religiose diverse si riferiva in pratica soltanto a quelle cristiane, comprese quelle eterodosse e non conformiste, e compresa pure quella cattolica. L’ammissione di ebrei nella massoneria fu a lungo contrastata, soprattutto nell’Europa continentale. In Germania, presso alcune Grandi Logge dichiaratamente cristiane, gli ebrei non furono ammessi per principio fino alla prima metà del XX secolo. Quanto all’ammissione di appartenenti ad altre fedi, più lontane e distanti, non era di certo problema presente alla mente dell’Anderson e dei capi della Gran Loggia: soltanto l’espansione della massoneria negli imperi coloniali lo avrebbe più tardivamente reso attuale. Ma è altrettanto certo che la formulazione impiegata («e se egli intende rettamente l’Arte non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso/and if he rightly understans the Art, he will never be a stupid Atheist, nor an irreligious Libertine») non costituiva un espediente ambiguo e furbesco per ammettere nella fratellanza gli atei intelligenti o “non stupidi”, come avrebbero un paio di secoli dopo sostenuto con forza ma senza fondamento massoni “umanisti” dell’area latina per giustificare le posizioni agnostiche adottate dai Grandi Orienti di Francia e di Belgio negli anni ’70 del XIX secolo 17.
Il Titolo II, Del magistrato civile supremo e subordinato, è anch’esso di grande rilevanza:
«Un Muratore è un pacifico suddito dei Poteri Civili, ovunque egli risieda o lavori e non deve essere mai coinvolto in complotti e cospirazioni contro la pace e il benessere della Nazione, né condursi indebitamente verso i Magistrati inferiori; poiché la Muratoria è stata sempre danneggiata da guerre, massacri e disordini, così gli antichi Re e Principi sono stati assai disposti ad incoraggiare gli uomini dell’Arte, a causa della loro tranquillità e lealtà; per cui essi praticamente risposero ai cavilli dei loro avversari e promossero l’onore della loro fraternità, che sempre fiorì nei tempi di pace. Cosicché se un Fratello divenisse un ribelle contro lo Stato, egli non deve essere favoreggiato nella sua ribellione ma piuttosto compianto come uomo infelice; e, se non convinto di altro delitto, sebbene la leale Fratellanza possa e debba sconfessare la sua ribellione e non dare ombra o base per la gelosia politica del governo in essere, egli non può venire espulso dalla Loggia ed il suo vincolo rimane irrevocabile».
Ne deriva il principio dell’apoliticità dell’Ordine nel suo complesso e delle singole logge, che devono vivere nel rispetto delle leggi e delle autorità dello Stato. Al singolo massone sarà bensì consentito di nutrire convincimenti politici e di tradurli in azione, ma soltanto a titolo personale e sempre che non coinvolga in alcun modo la massoneria: la quale, peraltro, è tenuta a sconfessarne l’operato quando egli si atteggi a ribelle contro i poteri costituiti, anche se non si spingerà fino ad espellerlo dalla fratellanza.
Ulteriori princìpi fondamentali o landmarks (cioè pietre-termine, confini invalicabili) sono dettati dal Titolo III o Delle Logge... Le persone ammesse come membri di una Loggia devono essere uomini buoni e sinceri, nati liberi e di età matura e discreta, non schiavi, non donne, non uomini immorali o scandalosi, ma di buona reputazione (<>good and true Men, free-born, and of mature and discret Age, non Bondmen, no Women, no immoral or scandalous Men, but of good Report)») e dal Titolo IV o Dei Maestri, Sorveglianti, Compagni e Apprendisti («Tutte le preferenze fra i Muratori sono fondate soltanto sul valore reale e sul merito personale (upon real Worth and personal Merit only): che così i committenti siano serviti bene, che i Fratelli non debbano vergognarsi né che l’Arte Reale venga disprezzata: perciò nessun Maestro o Sorvegliante sia scelto per anzianità ma per il suo merito(but for his Merit). ...»). Oltre ai requisiti morali del candidato all’iniziazione, è stabilito il divieto di ammettere donne. È poi stabilito il principio, davvero rivoluzionario per il XVIII secolo, che l’assegnazione degli incarichi direttivi in loggia avvenga esclusivamente sulla base del merito.
I moderni studiosi hanno posto l’accento sulla loggia come modello e come luogo di sociabilità, terreno di sperimentazione per rapporti interpersonali fondati sul principio dell’eguaglianza e dell’amore reciproco (idest: fratellanza e mutuo rispetto, aiuto e solidarietà) tra i soci. La loggia, in un’epoca di marcatissime differenziazioni e distinzioni sociali, fu senz’altro anche questo: un luogo dove membri di famiglie reali, nobili di altissimo censo ed alti borghesi sedevano fianco a fianco ed a parità di diritti con gli ultimi “operativi” nonché con una folla di piccolo-borghesi, di professionisti, di attori, di musicisti, etc. Scrive al riguardo la Jacob 18:
«Le logge dell’Europa continentale si formarono a immagine e somiglianza di quelle britanniche, e furono caratterizzate da forme di governo e comportamento sociale sviluppatesi nell’ambito della specifica cultura politica britannica. Da una parte e dall’altra della Manica gli uomini votavano ormai da secoli in organismi di tipo assembleare; ma solo in Inghilterra ciò avveniva nell’ambito di una struttura costituzionale e di un’assemblea legislativa nazionale dove si votava per teste e non per stati o ripartizioni territoriali. Con questa specifica forma di cultura politica maturò una nuova forma di società civile. In Gran Bretagna, gli individui con diritto di voto costituivano all’epoca una minoranza ben caratterizzata che si riconosceva in partiti politici e scelte programmatiche, sia a livello locale, sia a livello nazionale. Adusi a leggere e a discutere, creavano società di lettura, club e logge in cui affinavano le proprie capacità di oratori e commentatori, approfondivano le proprie conoscenze in campo filosofico e letterario. Solo nelle logge, però, gli individui avevano la possibilità di diventare legislatori e artefici di costruzioni… I massoni non si limitavano a incontrarsi e a conversare. Nell’ambito di questa sociabilità privata … rifondarono la politica e realizzarono una forma di autogoverno costituzionale, con tanto di costituzioni e leggi, elezioni e rappresentanti. A questo governo votavano obbedienza e riconoscevano sovranità. Ciò nondimeno, questo governo era suscettibile di modifica e cambiamento da parte della maggioranza dei fratelli. Le logge diventarono microrganismi politici della società civile, spazi pubblici di tipo nuovo: in pratica scuole di governo costituzionale… Le logge vollero compiere un’opera civilizzatrice, educare alle buone maniere e al decoro, incrementare l’ordine e l’armonia della società civile. Insegnarono agli uomini a parlare in pubblico, a verbalizzare, a pagare “le tasse”, a essere tolleranti, a dibattere liberamente, a votare, a comportarsi con moderazione in occasione dei banchetti, a dedicare un’intera vita agli altri cittadini del loro stesso ordine».
Questa realtà non deve tuttavia far dimenticare che requisiti minimi di status economico, indispensabili per sostenere le spese di ammissione e di frequentazione della loggia, furono comunque osservati. I domestici e gli individui di più bassa estrazione sociale non venivano in genere ammessi all’iniziazione, se non in qualità di “fratelli serventi”, utilizzati per l’allestimento del Tempio e per servire a tavola in occasione dei frequenti banchetti: essi erano esonerati dalle contribuzioni economiche, ma di norma non erano ammessi oltre il grado di apprendista.
Il 25 gennaio 1738 venne approvata dalla Gran Loggia di Londra una nuova redazione delle Costituzioni, anch’essa di penna dell’Anderson. Il testo del 1738, in rapporto al titolo I, appare sensibilmente modificato:
«Un Massone è tenuto, per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale in quanto vero Noachita (as a true Noachide) e, se egli intende rettamente l’Arte, non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso, né agirà contrariamente alla propria coscienza.
Nei tempi antichi, i Muratori cristiani erano obbligati a conformarsi ai costumi cristiani di ciascun Paese in cui viaggiavano o lavoravano. Ma la Massoneria esisteva in tutte le nazioni, anche di religioni diverse, essi sono adesso soltanto obbligati ad aderire a quella religione nella quale tutti gli uomini convengono (lasciando ad ogni Fratello le sue personali opinioni); ossia, essere uomini buoni e leali o uomini di onore e di onestà, quali che siano le denominazioni, religioni o confessioni che servono a distinguerli: perché tutti concordano sui Tre Articoli di Noè abbastanza per preservare il cemento della loggia. In questo modo la Massoneria è il loro Centro di Unione ed il felice mezzo per conciliare persone che, altrimenti, sarebbero rimaste in perpetuo estranee». Il riferimento a Noè e al “vero Noachita” allude a Genesi 9, 3-7:
«Ogni rettile che ha vita sarà vostro; tutto questo vi do, come già la verzura dell’erba: Soltanto non mangerete la carne che ha in sé il suo sangue. Certamente del sangue vostro, ossia delle vita vostra, io domanderò conto: ne domanderò conto ad ogni animale; della vita dell’uomo io domanderò conto alla mano dell’uomo, alla mano d’ogni suo fratello! Chi sparge il sangue di un uomo, per mezzo di un uomo il suo sangue sarà sparso; perché quale immagine di Dio ha Egli fatto l’uomo. Quanto a voi, siate fecondi e moltiplicatevi; brulicate sulla terra e soggiogatela».
Il divieto dell’omicidio, in particolare, proveniente dalla parola di Dio, viene qui indicato quale minimo comun denominatore di concordia e di pacifica convivenza tra tutti gli uomini, ancorché di diversa religione.
Questa formulazione non appare in verità molto difforme da quella del 1723, anche se fiumi d’inchiostro sono stati sparsi, soprattutto da parte di massoni francesi del XX secolo, per accusare l’Anderson di un ripensamento “teista” rispetto alla prima formulazione, nell’ambito della cosiddetta querelle sul Grande Architetto dell’Universo successiva alle scelte agnostiche effettuate dal Grande Oriente di Francia nel 1877. Per la verità, a ben guardare, il riferimento alla legge morale ed ai princìpi noachiti configura un ampliamento della sfera di attrazione della massoneria ben oltre il quadro del cristianesimo, quanto meno alle tre grandi religioni che si rifanno all’insegnamento biblico. In parte questo è il punto di vista espresso dallo stesso Giarrizzo, che colloca il testo del 1738 in guisa di risposta all’offensiva cattolica conseguente alla costituzione pontificia In eminenti emanata il 4 maggio dello stesso anno e che ne ha tratto le seguenti conclusioni:
«La replica di Anderson-Désaguliers appare così evidente: nessuna concessione ai tentativi di forzare la massoneria entro i precetti cristiani (meno che mai cattolici); la loggia deve restare lo spazio di incontri fraterni in vista della pratica di virtù sociali. Nel linguaggio rabbinico, “i figli di Noè” sono l’umanità tutta da cui più tardi Dio avrebbe scelto il suo popolo: ed i princìpi noachidi, la religione universale, comprendono i precetti e le regole universali – quelle cui solo in tempo storico ogni nazione, come l’ebraica, avrebbe aggiunti propri divieti e propri precetti. E la religione come la politica “nazionali” debbono essere lasciate fuori, se (è ormai comune esperienza) sono fattori di divisione e non di unità, cioè il maggior ostacolo a fare della massoneria quel Center of Union, necessario per una società cristiana a molte denominazioni. Gli ulteriori aggiustamenti della storia e della leggenda possono essere letti in questo spirito» 19.
In conclusione, l’analisi delle vicende legate alla fondazione della Gran Loggia di Londra, se obbliga da un lato a focalizzare l’attenzione sul 1717 e sulle personalità dell’Anderson e del Désaguliers le quali maggiormente si imposero sugli atti ufficiali che di lì a poco (1723 e 1738) avrebbero fornito una caratterizzazione decifrabile della fisionomia della Gran Loggia e degli intenti sovraordinati alla sua creazione o in prosieguo di tempo precisati, dall’altro inevitabilmente rinvia e si riallaccia alla lunga gestazione che l’aveva preceduta, come pure agli eventi successivi ed al più ampio contesto della società e della cultura inglobanti il fatto massonico del 1717. E questo perché, nonostante che i materiali documentari propriamente massonici siano per gran parte venuti in luce e siano disponibili fin dall’epoca in cui ne scriveva il Gould20 (che rimane in ogni caso la fonte principale o almeno quella di partenza alla quale occorre fare riferimento per tracciare la storia di quegli anni e di quegli eventi), si è da allora molto ampliata la conoscenza della cultura e della società inglesi del XVIII secolo. Nuovi punti di vista si sono imposti e nuove problematiche sono state poste sul tappeto: per esempio, quella dell’origine scozzese di molte caratteristiche della massoneria del XVI e del XVII secolo; o ancora quella dell’influsso bruniano nel periodo elisabettiano. È stato, altresì, posto in chiaro che il cosiddetto scisma degli Antients fu in realtà una creazione del tutto autonoma rispetto alla Gran Loggia del 1717 e che, per converso, uno “scisma” fu invece la creazione di quest’ultima, almeno se ed in quanto rompeva con una preesistente tradizione innovandola in parte più o meno cospicua. Infine – ma è soltanto una chiusa obbligata ad un’elencazione che rischia di diventare eccessivamente lunga – rimane il problema concernente la reale esistenza di un esoterismo a carattere iniziatico ed a contenuti spirituali, che sempre più spesso gli studiosi, e non soltanto quelli “profani”, ritengono indimostrata ed anzi smentita dall’esistenza di ben altro “esoterismo”, quello ideologico e politico dei freethinkers e dei loro discendenti, prima i philosophes e poi i giacobini, cioè fino – per parafrasare una ben nota citazione marxiana – a coloro i quali si dettero da fare per cambiare il mondo, laddove i filosofi si erano per l’innanzi limitati ad interpretarlo.
Tutto ciò conduce a constatare che la tela così ben tracciata dal Gould nel XIX secolo, a forza di ampliarla e magari di stirarla da una parte o dall’altra per renderla acconcia a nuove tesi ed a nuove interpretazioni, ha finito per risultare sbilenca: non quadra più. Però nemmeno è un caso che al suo posto non sia ancora venuta una nuova e completa presentazione degli stessi fatti e di quelli che nel frattempo sono giunti in luce: segno, forse, che è ancora prematuro mettervi mano, oppure che i contrasti al riguardo sono a tal punto radicali ed insanabili da non consentire più alcuna sintesi di grande respiro, laddove deve esser chiaro che una sintesi è e non può non essere altro che una mediazione.