1
The new book of constitutions of the Ancient and Honourable Fraternity of Free and
Accepted Masons. Containing their history, charges, regulations &c.,
collected and digested by order of the Gran Lodge from their old records,
faithful traditions and lodge-books, for the use of the lodges,
J. Robison, London, 1738.
2
Sir Christopher Wren (1632-1723) conseguì il titolo di Master
of Arts ad Oxford nel 1653, dedicandosi negli anni seguenti allo
studio dell’astronomia, che dal 1657 insegnò presso il Gresham College
a Londra e dal 1661 ad Oxford. Tra i fondatori della Royal Society, della
quale fu presidente dal 1681 al 1683, tra il 1665 ed il 1666 soggiornò in
Francia, dedicandosi allo studio dell’architettura. In seguito
all’incendio di Londra (1666), nel 1669 fu nominato sovrintendente alle
opere pubbliche e diresse la ricostruzione degli edifici reali e
governativi, ed in particolare della grande cattedrale di S. Paolo
(1675-1710). Lasciò la carica di sovrintendente alle opere pubbliche nel
1718. La sua appartenenza alla libera muratoria è storicamente alquanto
dubbia, anche se è certo che svolse in qualche modo il ruolo di patrono e
di mecenate della Gild of Freemasons di Londra.
3 La data è indicata dal Multa Paucis, mentre l’Anderson non ne fa menzione.
4
Secondo l’Anderson, le logge in questione erano le seguenti: The
Goose and Gridiron Ale-house (Birreria
all’Oca e alla Graticola, di St. Paul’s Church Yard, odierna Lodge of Antiquity, No. 2), The
Crown Ale-house (Birreria alla Corona, in Parker’s Lane, loggia
disciolta nel 1736), The Apple Tree
Tavern (Taverna del Melo, in
Charles Street, odierna Lodge of
Fortitude and Old Cumberland, No. 12) e The
Rummer and Grapes Tavern (Taverna
dell’Uva e del Boccale, di Channel Row, odierna Royal
Somerset House and Inverness Lodge, No. 4). Il Multa Paucis dà notizia di sei logge, ma non ne indica i nomi.
5
Daniel Ligou rileva che il termine inglese gentleman
non significa “gentiluomo”, ma “borghese che vive nobilmente”. (Anderson’s
Constitutions / Constitutions d’Anderson 1723, introduction,
traduction et notes de D. Ligou, Edimaf, Paris, 19984, pag.
66).
6
John, duca di Montagu (1690-1749), appartenente ad una nobile famiglia whig
ben introdotta nella corte degli Hannover, divenne genero del duca di
Marlborough; studioso di scienze naturali, si laureò in medicina nel 1717
e dal 1718 fu membro della Royal
Society di Londra.
7
Philip, duca di Wharton (1698-1732), nacque in una nobile famiglia di fede
politica whig ed hannoveriana.
Nondimeno, all’età di 18 anni, giurò fedeltà al pretendente Stuart:
ciò che non gli impedì di farsi nominare Lord-luogotenente d’Irlanda
da Giorgio I e duca da Giorgio II. Fondatore della società libertina Hell
Fire Club, nel 1719 assunse nella Camera dei Pari posizioni fortemente
avverse al governo whig. Dopo la sua gran maestranza (fu eletto gran maestro il 25
giugno 1722), avrebbe creato il gruppo dei Gormogons, avverso alla Gran
Loggia di Londra. Nel 1726 si convertì al cattolicesimo a Madrid, dove
nel 1728 fondò la prima loggia massonica. Nel corso dello stesso 1728 e
nel 1729 fondò la prima Gran Loggia in Francia. Morì in Catalogna nello stesso 1729.
8
Essi furono «compiled first by Mr.
George Payne, Anno 1720,
when he was Grand-Master, and
approv’d by the Gran Lodge on ST. John Baptist’s Day, Anno
1721, at Stationers’ Hall, London;
when the most noble Prince John
Duke of Montagu was unanimously chousen our Grand-Master for the Year ensuing» (Constitutions of the Free-Masons. Containing the History, Charges,
Regulations, &c. of that most Ancient and Right Worshipful Fraternity.
For the Use of the Lodges, London,
printed by William Hunter, for John Senex at the Globe, and John Hooke at
the Flower-de-Luce over-against St. Dunstan’s Church in Fleet-street. In
the Year of Masonry 5723, Anno Domini 1723, pag. 58).
9
Questa disposizione venne realisticamente revocata nel 1725. È appena il
caso di precisare che all’epoca quello di “Maestro e Compagno
d’Arte” era un unico grado, generalmente denominato semplicemente come
“Compagno”, mentre il “Maestro” era per antonomasia il “Maestro
della loggia” o Maestro Venerabile.
10
La trasformazione della loggia di York in Gran Loggia avvenne nel 1725,
evidentemente sull’esempio di quella di Londra. Questa Gran Loggia, che
nel 1780 patrocinò anche la nascita di un’altra Gran Loggia (la Grand
Lodge South of the River) voluta da William Preston in polemica con la
Gran Loggia dei Moderns, cessò
di esistere nel 1792.
11
Bayard J.-P., Symbolisme maçonnique
traditionnel, Edimaf, Paris, 19875, vol. I, pagg. 52-57;
Tourniac J., Paradoxes, énigmes et
curiosités maçonniques, Dervy, Paris, 1993, pagg. 123-137 e 212-241.
12
Una traduzione italiana delle Costituzioni
dell’Anderson, comprendente le Costituzioni propriamente dette, i Doveri
dei liberi muratori ed i Regolamenti generali compilati dal Payne (ma
mutila delle quattro canzoni presenti nell’originale inglese del 1723),
è in Rivista Massonica 60: 165-225, 1969. Completa è, invece, una
successiva edizione (Bastogi, Livorno, 1974, seguita da una riediz.
Bastogi, Foggia, 1991) con importante prefazione di Lionel Vibert e
traduzione di Giordano Gamberini. Ad essa si è aggiunta una nuova trad.
it. integrale: Le Costituzioni dei
Liberi Muratori 1723, introd., trad. e note di G. Lombardo, Brenner,
Cosenza, 2000.
13
Non è possibile condividere la lettura che di questa
“non-definizione” di Dio dà il Giarrizzo, secondo il quale «l’indicazione
è quella del compromesso di Augusta (cuius regio eius religio), riletto nell’obbligo per il massone di
seguire la religione del paese in cui si è nati, ma senza conflitti con
la religione del paese in cui si vive» (Massoneria
e illuminismo nell’Europa del Settecento, Marsilio, Venezia, 1994,
pag. 51). Nel testo andersoniano, al contrario, il riferimento alla
formula di Augusta viene presentato come superato, mentre l’obbligo
presente si circoscrive alla “legge morale”, che è cosa diversa dalla
«religione del paese in cui si è nati».
14
Il deismo si fonda sulla dottrina di una religione naturale, non
discendente da una rivelazione storica ma elaborata dalla ragione umana
sulla base della manifestazione della divinità nella natura. Come
corrente nell’ambito dell’illuminismo, le venne dato inizio ad opera
dei cosiddetti platonici di Cambridge (soprattutto Herbert di Cherbury) e
fu proseguito da John Toland, da Mathew Tindal, da Anthony Collins e da
Anthony Shaftesbury. È da rilevare che Voltaire impiegava il termine
“teismo” come sinonimo di “deismo”, anche se – in opposizione ai
deisti inglesi, i quali attribuivano alla divinità il governo sia del
mondo fisico sia di quello morale – egli riteneva che Dio non si
occupasse affatto degli uomini e del loro destino.
15
Critica della Ragion Pura, II
(Dialettica trascendentale), cap. III, sez. VII (pag. 400 e sgg. della
classica trad. it. di G. Gentile e G. Lombardo Radice, riveduta da V.
Mathieu, Laterza, Bari, 19916): «Se per teologia intendo la
conoscenza dell’Essere originario, essa è fondata o sulla pura ragione
(theologia naturalis) o su una
rivelazione (revelata). La prima
concepisce il suo oggetto o semplicemente con la ragion pura, mediante
meri concetti trascendentali (ens
originarium realissimum, ens entium), e dicesi teologia
trascendentale; ovvero, mediante un concetto, che essa ricava dalla natura
(della nostra anima), con la suprema intelligenza, e dovrebbe dirsi
teologia naturale. Chi ammette soltanto una teologia trascendentale è
detto deista; chi ammette anche una teologia naturale, teista. Il primo
ammette che in ogni caso noi possiamo conoscere con la semplice ragione
l’esistenza di un Essere originario, di cui per altro il nostro concetto
è semplicemente trascendentale, cioè solo di un essere, che ha ogni
realtà, ma che non si può determinare di più. Il secondo afferma, che
la ragione è in grado di poter determinare di più l’oggetto secondo
l’analogia con la natura, ossia come un essere che per intelletto e
libertà contenga in sé il primo principio di tutte le altre cose. Quello
si rappresenta, dunque, in tale essere solo una causa del mondo (senza
dire se mediante la necessità della sua natura, o mediante la libertà);
questo, un creatore del mondo».
16
Per una visione d’insieme cfr. Jacob M. C., The
Radical Enlightenment: Pantheist, Freemasons and Republicans, George
Allen & Unwin, 1981 (trad. it.: L’illuminismo
radicale. ,
Il Mulino, Bologna, 1983), Ead., Living
the Enlightenment. ,
Oxford University Press, 1991 (trad. it.: Massoneria
illuminata. ,
Einaudi, Torino, 1995). Per un rapido excursus
sull’evoluzione del concetto di tolleranza, soprattutto attraverso il
Rinascimento e la Riforma, cfr. Kamen H.,
Nascita della tolleranza, Il
Saggiatore, Milano, 1967; utili approfondimenti in Delumeau J., Naissance
et affirmation de la réforme, PUF, Paris, 1965.
17
La tesi in questione fu elaborata segnatamente da Maurice Paillard, che
nel 1954 pubblicò a Londra una traduzione delle Constitutions
andersoniane. Daniel Ligou, nell’introduzione alla sua citata trad.
francese (pag. 49), la ritiene anacronistica, anche se giustifica la
soppressione dell’obbligo di credere in Dio come una evoluzione della
tradizione andersoniana ed un adattamento ai nuovi tempi ed alla nuova
mentalità.
18
Jacob C. M., Massoneria illuminata. Politica e cultura nell’Europa del Settecento,
cit., pagg. 5, 32, 34-35.
19
Giarrizzo G., Massoneria e illuminismo nell’Europa del Settecento, cit., pag.
74, che aggiunge: «A rafforzare un’interpretazione siffatta è la
riproposizione, in appendice alle nuove Costituzioni,
di A defence of masonry,
un’apologia anonima dall’attacco del Prichard del 1731, attribuita ora
a Martin Clare ora (ma con minor fondamento) a William Warburton». Nella
nota 4 a pag. 436 della stessa opera il Giarrizzo ricostruisce in modo
dettagliato il significato del riferimento “noachita”.
20
Gould R. F., The
History of Freemasonry (varie edizioni, tra cui la più recente in 6
voll., Caxton Publishing Company, London, 1952). Una più recente messa a
punto si deve a Révauger M.-C., Le
fait maçonnique au XVIIIe siècle en Grande-Bretagne et aux États
Unis, Edimaf, Paris, 1990. |
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Le
fonti relative alla fondazione della Gran Loggia di Londra sono piuttosto
scarne e risalgono a tempi successivi a quelli della fondazione stessa,
posto che le prime “minute” o verbali dei lavori della Gran Loggia
furono redatti nel 1723. I principali documenti utilizzabili sono due: i
cenni storici forniti dall’Anderson nella seconda edizione (1738) delle
sue Constitutions 1
e la cronaca riportata in un libello anonimo apparso tra il 1763 ed il 1764,
The Complete Freemason, or Multa
Paucis for Lovers of Secrets.
Entrambe
le fonti concordano nell’attribuire la decisione di procedere alla
fondazione della Gran Loggia allo stato di abbandono in cui le logge
londinesi si erano venute a trovare sotto la direzione di Sir Christopher
Wren 2,
qualificato come “Gran Maestro”, anche se verosimilmente
l’attribuzione di questo appellativo costituisce un anacronismo.
Ambedue
concordano, inoltre, sul fatto che nel 1716, probabilmente nella ricorrenza
del S. Giovanni d’Estate 3,
il Battista, quattro Logge londinesi 4
si riunirono presso la Apple Tree
Tavern di Charles Street, Covent Garden, e decisero di darsi una nuova
organizzazione centralizzata, sotto la denominazione di Gran Loggia, che
avrebbe dovuto riunire tutti gli ufficiali delle logge in assemblea
trimestrale nonché in assemblea annuale per procedere all’elezione di un
Gran Maestro.
Effettivamente
l’anno seguente, il 24 giugno 1717, presso la Goose
and Gridiron Ale-house si tenne la stabilita assemblea annuale e le
logge ivi convenute elessero ed installarono, con il titolo di Gran Maestro,
il gentleman 5
Anthony Sayer, cui succedettero George Payne (1718 e 1721), Désaguliers
(1720), il duca di Montagu 6
(1722) ed il duca di Wharton 7
(1723).
La
nuova Gran Loggia costituiva una assoluta innovazione. Infatti, per quanto
ci è noto della libera muratoria inglese e scozzese nei secoli precedenti,
mai prima di allora era esistito un organismo centralizzato tra ed al di
sopra delle singole logge. Sotto il profilo formale ed organizzativo, la
Gran Loggia di Londra, per quanto ancora embrionale e tutt’altro che
strutturata secondo il complesso organigramma che avrebbe assunto soltanto
con il trascorrere dei decenni, assumeva da subito caratteristiche che
ponevano definitivamente fine all’assoluta indipendenza goduta fino a quel
tempo dalle singole logge, al punto che l’art. XI dei Regolamenti generali
(General regulations) 8,
allegati alle Costituzioni del 1723, prescriveva che tutte le logge
particolari dovessero osservare le stesse usanze ed allo scopo prevedeva il
diritto di ispezione, mentre l’art. XIII stabiliva che soltanto in
occasione delle assemblee trimestrali della Gran Loggia (Quarterly
Communications) gli Apprendisti potessero essere ammessi come Maestri e
Compagni d’Arte (Masters and
Fellow-Craft), salvo dispensa 9.
Ma,
soprattutto, quale che fosse stato il patrimonio ideale (religioso,
simbolico ed iniziatico) della massoneria operativa, nell’organismo che
così nasceva facevano irruzione e venivano ufficialmente adottati contenuti
nuovi, provenienti dal gran travaglio conosciuto dall’Inghilterra nei due
secoli che avevano visto l’affermazione della riforma protestante, il suo
frantumarsi nel rigoglio di sette e di culti che si erano affiancati alla
Chiesa anglicana, come pure i rivolgimenti che avevano portato alla nascita
del parlamentarismo e di un sistema costituzionale basato sulle libertà
individuali, nonostante il subbuglio e gli scossoni derivanti dalla guerre
civili e dai bruschi cambi di dinastie.
A
questo riguardo, è estremamente significativo che già durante la gran
maestranza del duca di Montagu fosse emersa l’esigenza di procedere ad una
completa revisione delle antiche Costituzioni, compito che fu affidato
all’Anderson, non soltanto – come pure era necessario – per eliminare
«i tanti dati inesatti e gli errori grossolani di storia e di cronologia
maturati nel tempo», ma soprattutto allo scopo di sanzionare alcune
posizioni ideologiche, non appartenenti all’eredità della massoneria
operativa, nelle quali i fondatori della Gran Loggia si riconoscevano e che
intendevano porre a fondamento dell'associazione così rinnovata.
Infatti,
per quanto possa risultare conflittuale con la visione di una libera
muratoria quale società iniziatica tradizionale fondata su un esoterismo
simbolico-rituale, bisogna ricordare che alcuni aspetti del nuovo assetto
normativo erano debitori, in diversa misura, delle tematiche elaborate tra
XVII e XVIII secolo dagli eruditi olandesi, dai libertini francesi ed
inglesi, dai deisti e dai philosophes.
Lo spirito di tolleranza di cui erano intrise le Costituzioni
andersoniane era il frutto diretto e necessario del ripudio delle
disquisizioni teologiche e della lotta per la libertà religiosa. A questo
proposito, sarebbe quanto meno arbitrario indicare una e soltanto una fonte
ispiratrice dei princìpi stabiliti dalle Costituzioni
dell’Anderson: non è esatto affermare che l’obbligo di sottostare alla
legge morale, procedente dalla religione sulla quale tutti gli uomini
convengono, derivasse in via esclusiva dal cristianesimo essenzializzato
propugnato dal Locke, ma nemmeno è possibile escludere che la presa di
distanza da questa o da quella forma di cristianesimo non fosse in qualche
modo filtrata attraverso la critica radicale delle religioni di un Vanini e
di uno Spinoza, o addirittura attraverso gli “empi” testi, quali il Teophrastus
Redivivus (1656) od il Traité des
Trois Imposteurs (1719), la cui circolazione semi-clandestina si
intrecciò con quella delle opere dei freethinkers,
negatori di qualsiasi religione e della nozione stessa di divinità.
Non
per caso nelle quattro logge fondatrici della Gran Loggia erano ben
rappresentati gli “speculativi”, estranei all’arte della costruzione:
gentiluomini, borghesi, intellettuali, tra i quali un ruolo preminente spettò
indubbiamente al pastore anglicano Jean-Theophile Désaguliers (1683-1744),
discendente da una famiglia francese ugonotta, membro della Royal
Society, brillante volgarizzatore delle teorie newtoniane e letterato
ben introdotto nell’alta società londinese, ed in subordine al pastore
presbiteriano scozzese James Anderson (1684-1739), che fu l’estensore
delle nuove Costituzioni.
In
sede di revisione storica, da queste caratteristiche taluni hanno voluto far
discendere una completa estraneità della Gran Loggia di Londra rispetto
alla tradizione della Massoneria operativa, sostenendo l’assoluta mancanza
di continuità tra questa e quella: Anderson, Désaguliers, il gruppo
fondatore della Gran Loggia del 1717 e le loro Logge non avrebbero
intrattenuto alcun legame con le antiche Logge operative e si sarebbero
avvalsi della decrepita ed ormai evanescente denominazione di libera
muratoria come di un contenitore ormai vuoto per costituire ex
novo una organizzazione di liberi pensatori, in guisa di laboratorio per
l’elaborazione e per la sperimentazione in
vitro di un rivoluzionario assetto politico e sociale in sintonia con le
idee della borghesia emergente, intellettuale e razionalista.
La
questione appare a tutt’oggi estremamente controversa. Le opposte tesi
storiografiche sono così riassumibili: trapianto di contenuti esoterici, ad
opera di intellettuali dediti all’ermetismo quali si annoveravano
numerosissimi nell’ambito della Royal Society, in una organizzazione
medioevale “di mestiere” priva di contenuti iniziatici, ormai
anacronistica e condannata all’estinzione (F. A. Yates; D. Stevenson; G.
Giarrizzo); ovvero, piena continuità tra un’organizzazione “di
mestiere” fondata su una salda tradizione iniziatica ed una versione della
stessa organizzazione rinnovata mediante l’ammissione di elementi
appartenenti alla borghesia intellettuale, estranei sotto il profilo
professionale ma “omogenei” sotto il profilo iniziatico (A. G. Mackey;
R. F. Gould; P. Naudon); infine, progressivo snaturamento di una
organizzazione iniziatica “di mestiere” che, messa in crisi dalla
decadenza del sistema corporativo, da parte di “profani” estranei al
mestiere e portatori di interessi e di valori non-iniziatici (R. Guénon; A.
Reghini; J. Tourniac; D. Roman).
Altro
aspetto, al quale occorre porre attenzione, è che la nascita della Gran
Loggia di Londra non coinvolse tutte le altre logge già esistenti. Infatti,
numerose logge, ancora “operative” o già a mezzo del processo di
trasformazione in “speculative”, continuarono ancora a lungo a condurre
una propria esistenza autonoma, come in passato, e soltanto con gradualità
finirono per confluire nella Gran Loggia di Londra o per estinguersi. Per
esempio la loggia di York, che vantava notevole antichità e prestigio,
rifiutò di sottomettersi alla Gran Loggia di Londra e le si pose anzi in
concorrenza, assumendo allo scopo l’ambiziosa ed un po’ velleitaria
denominazione di Gran Loggia di tutta l’Inghilterra (Grand Lodge of All England) 10.
Più tardi, a metà del secolo, una ben più temibile ed efficace
opposizione si delineò attraverso il movimento tradizionalista degli Antients, i quali non esitarono ad attribuire ai fondatori della
Gran Loggia di Londra la taccia di scismatici e di profanatori.
Va
pure detto, con tutte le riserve del caso, che all’inizio del XX secolo,
si diffusero notizie in merito ad una sopravvivenza dell’antica massoneria
operativa, detentrice di un patrimonio simbolico ed esoterico ignoto ai
fondatori della Gran Loggia di Londra, per tutto il XVIII secolo e per gran
parte del XIX. Secondo l’inglese Clement Stretton, che ne scriveva tra il
1908 ed il 1915, l’Anderson e gli altri fondatori della Gran Loggia di
Londra avrebbero abusivamente operato una riforma dell’antica massoneria
operativa, organizzata ab antiquo in sette gradi a carattere marcatamente iniziatico, e ne
avrebbero conservato soltanto i primi due, giacché ne ignoravano i
rimanenti e più importanti. L’antica massoneria operativa sarebbe
tuttavia sopravvissuta, in forma molto riservata e selettiva, fino alla fine
del XIX secolo, e si sarebbe trasformata nel 1913 nella Worshipful
Society of Free Masons, Rough Masons, Wallers, Slaters, Paviors, Plaisterers
and Bricklayers, ancora esistente, che ammette al proprio interno
soltanto massoni appartenenti alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra ed in
possesso dei gradi del Marchio e dell’Arco Reale 11.
Come
si è già detto, il 17 giugno 1718 ad Anthony Sayer succedette George Payne,
esquire. Il nuovo Gran Maestro dispose una ricognizione degli
antichi documenti (Gothic
Constitutions) pertinenti alla libera muratoria. Dopo un anno in cui
alla massima carica ascese il Désaguliers, nel 1720 George Payne riassunse
l’ufficio di Gran Maestro e fece elaborare un nuovo regolamento, approvato
nel 1721 sotto la Gran Maestranza del duca di Montagu.
Il
14 gennaio 1723, essendo divenuto Gran Maestro il duca di Wharton, furono
approvate le Costituzioni 12
commissionate sotto la gran maestranza del duca di Montagu, che vennero
redatte materialmente dall’Anderson, ma con tutta probabilità sotto la
supervisione del Désaguliers, da ritenere senz’altro la mente direttiva
della Gran Loggia nei primi anni. La
struttura delle Constitutions di
Anderson è la seguente:
la dedica al duca di Montagu, da parte di John Theophilus (Jean-Théophile)
Désaguliers, Gran Maestro Aggiunto;
la Costituzione vera e propria, nella quale l’Anderson rielaborava il
materiale delle Gothic Constitutions:
partendo da Adamo, creato ad immagine di Dio, il Grande Architetto
dell’Universo, la Geometria, fondamento di tutte le Arti ed in particolare
della Muratorìa e dell’Architettura, si diffuse alla sua progenie, poi a
Noè ed ai suoi figli, i quali la propagarono nelle diverse contrade del
mondo conosciuto; Abramo ebbe cognizione della Geometria in Ur di Caldea e
la trasmise ai suoi discendenti, fino a Mosé, e da questi a Salomone, che
con l’aiuto di Hiram re di Tiro e di Hiram il muratore, costruì il primo
Tempio; l’Arte Reale venne poi coltivata in Grecia ed a Roma, dove acquisì
il massimo ed insuperato sviluppo con lo stile augusteo e da dove si espanse
all’intero Impero, al cui crollo conobbe un periodo di forte decadenza;
sviluppatasi nuovamente in Inghilterra a seguito dell’arrivo nell’isola
di maestranze inviatevi da Carlo Martello, si riprese ulteriormente
all’epoca di re Atelstano e del principe Edwin, che convocò una Gran
Loggia a York; attraverso le dinastie successive la muratorìa rifiorì,
fino alla sua più matura stagione, costituita dalla introduzione dello
stile palladiano ad opera soprattutto di Inigo Jones;
i
veri e propri Doveri del Libero Muratore (Charges
of a Free-Mason), «estratti dagli Antichi archivi delle logge
d’oltremare e d’Inghilterra, Scozia ed Irlanda, ad uso delle logge di
Londra per essere lette all’iniziazione di Nuovi Fratelli o quando il
Maestro l’ordinerà», a loro volta suddivisi in sei Titoli o Capitoli: I.
Di Dio e della Religione, II. Del Magistrato Civile supremo e subordinato;
III. Delle Logge; IV. Dei Maestri, Sorveglianti, Compagni ed Apprendisti; V.
Della gestione (management) del mestiere (Craft)
durante il lavoro; VI. Del comportamento (Behaviour),
e cioè: 1. Nella Loggia quando è costituita; 2. Dopo che la Loggia è
terminata e mentre i fratelli non sono ancora andati via; 3. Quando i
fratelli si incontrano senza estranei, ma non in Loggia; 4. In presenza di
estranei non massoni; 5. In casa propria e nel vicinato; 6. Nei confronti di
un fratello sconosciuto;
i
Regolamenti generali (General
Regulations), compilati da George Payne e rivisti dall’Anderson (si
tratta di 39 articoli concernenti il funzionamento delle logge e della Gran
Loggia, gli aspetti disciplinari, le elezioni, le feste ed il banchetto,
nonché di un poscritto con la descrizione del modo per costituire una nuova
loggia);
l’Approvazione (Approbation) con le firme del
duca di Wharton, del Désaguliers, dei Gran Sorveglianti e dei
rappresentanti di 20 logge;
i testi di quattro canzoni ed i relativi spartiti musicali: il Canto del
Maestro, il Canto del Sorvegliante, l’Inno del Compagno d’Arte, l’Inno
d’Entrata dell’Apprendista.
Il titolo I, concernente Dio e la
religione, è quello più noto e più discusso:
«Un
Massone è tenuto, per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale; e
se egli intende rettamente l’Arte non sarà mai un ateo stupido né un
libertino irreligioso (he will never
be a stupid Atheist, nor an irreligious Libertine).
Ma sebbene nei tempi antichi i Muratori fossero obbligati in ogni Paese ad
essere della religione di tale Paese o Nazione, quale essa fosse, oggi si
reputa più conveniente obbligarli soltanto a quella Religione nella quale
tutti gli uomini convengono (to that
Religion in which all Men agree), lasciando ad essi le loro particolari
opinioni; ossia, essere uomini buoni e leali o uomini di onore e di onestà,
quali che siano le denominazioni o confessioni che servono a distinguerli;
per cui la Massoneria diviene il Centro di Unione ed il mezzo per annodare
una sincera amicizia tra persone che sarebbero rimaste in perpetuo estranee».
Il riferimento ad una nozione della Divinità non coincidente, proprio perché
indefinita, con una determinata denominazione religiosa e confessionale
appare l’aspetto fondante di questa formulazione 13.
In un Paese, come l’Inghilterra, nel quale all’insegna delle divisioni
religiose erano trascorsi quasi due secoli, non di rado sanguinosi, fitti di
rivolgimenti politici, sociali e dinastici, l’autoproclamazione della
massoneria come “Centro d’unione” tra gli uomini, sulla sola base
delle loro qualità morali e del solo obbligo di una religiosità non
ulteriormente qualificata, costituiva un fatto davvero innovativo, anche se
incideva soltanto nella realtà microsociale della loggia. Si trattava
tuttavia di una soluzione più pragmatica che dottrinale: sarebbe errato
inferirne una scelta deista piuttosto che teista. Certo: la formula è
tipicamente deista 14,
in accordo con le idee in voga in quel tempo e negli ambienti della Royal
Society frequentati da molti dei dirigenti della Gran Loggia, ma occorre
ricordare che distinzioni più nette tra deismo e teismo vennero poste molto
più tardivamente, in particolare dal Kant 15.
Il Grande Architetto dell’Universo, la cui indistinta nozione i massoni del
1717 ponevano a fondamento dell’Arte Reale postulandola quale requisito
inderogabile di fede per i propri associati, era un Dio “minimale”
rispondente agli ideali deisti, secondo le idee e le mode culturali
all’epoca imperanti in Inghilterra 16,
ma più ancora ed illimitatamente precisabile in una dimensione personale e
privata. L’anglicano, il presbiteriano o il cattolico o il calvinista
avrebbero potuto e dovuto convivere fraternamente sotto la volta stellata
del simbolico Tempio, paghi e sicuri dell’attitudine religiosa del proprio
fratello, comprovata dal suo personale modo di vivere e di comportarsi. Il
divieto di trattare in loggia di questioni religiose comportava da un lato
un monito a privilegiare i tratti di unione reciproca ed a sfumare, fino ad
annullarli, quelli presuntivamente forieri di discordia; dall’altro, non
impediva al singolo di seguire e di approfondire ad
libitum il percorso indicato dalla propria confessione religiosa e di
seguirne i precetti: ma pure, è il caso di aggiungere, di ignorare ogni
particolare fede religiosa, dato che il problema della fede religiosa
diveniva in questo modo un fatto esclusivamente privato.
Nella visione andersoniana e nella pratica della libera muratoria coeva
all’Anderson e successiva, il massone era ed è un uomo profondamente religioso
nel senso etimologico e proprio del termine. D’altra parte, non sarebbe
giustificato attribuire al relativo indifferentismo andersoniano una portata
ecumenica: l’apertura a confessioni religiose diverse si riferiva in
pratica soltanto a quelle cristiane, comprese quelle eterodosse e non
conformiste, e compresa pure quella cattolica. L’ammissione di ebrei nella
massoneria fu a lungo contrastata, soprattutto nell’Europa continentale.
In Germania, presso alcune Grandi Logge dichiaratamente cristiane, gli ebrei
non furono ammessi per principio fino alla prima metà del XX secolo. Quanto
all’ammissione di appartenenti ad altre fedi, più lontane e distanti, non
era di certo problema presente alla mente dell’Anderson e dei capi della
Gran Loggia: soltanto l’espansione della massoneria negli imperi coloniali
lo avrebbe più tardivamente reso attuale. Ma è altrettanto certo che la
formulazione impiegata («e se egli intende rettamente l’Arte non sarà
mai un ateo stupido né un libertino irreligioso/and
if he rightly understans the Art, he will never be a stupid Atheist, nor an
irreligious Libertine») non costituiva un espediente ambiguo e furbesco
per ammettere nella fratellanza gli atei intelligenti o “non stupidi”,
come avrebbero un paio di secoli dopo sostenuto con forza ma senza
fondamento massoni “umanisti” dell’area latina per giustificare le
posizioni agnostiche adottate dai Grandi Orienti di Francia e di Belgio
negli anni ’70 del XIX secolo 17.
Il Titolo II, Del magistrato civile supremo e subordinato, è anch’esso di grande rilevanza:
«Un Muratore è un pacifico suddito dei Poteri Civili, ovunque egli risieda o
lavori e non deve essere mai coinvolto in complotti e cospirazioni contro la
pace e il benessere della Nazione, né condursi indebitamente verso i
Magistrati inferiori; poiché la Muratoria è stata sempre danneggiata da
guerre, massacri e disordini, così gli antichi Re e Principi sono stati
assai disposti ad incoraggiare gli uomini dell’Arte, a causa della loro
tranquillità e lealtà; per cui essi praticamente risposero ai cavilli dei
loro avversari e promossero l’onore della loro fraternità, che sempre
fiorì nei tempi di pace. Cosicché se un Fratello divenisse un ribelle
contro lo Stato, egli non deve essere favoreggiato nella sua ribellione ma
piuttosto compianto come uomo infelice; e, se non convinto di altro delitto,
sebbene la leale Fratellanza possa e debba sconfessare la sua ribellione e
non dare ombra o base per la gelosia politica del governo in essere, egli
non può venire espulso dalla Loggia ed il suo vincolo rimane irrevocabile».
Ne deriva il principio dell’apoliticità dell’Ordine nel suo complesso e
delle singole logge, che devono vivere nel rispetto delle leggi e delle
autorità dello Stato. Al singolo massone sarà bensì consentito di nutrire
convincimenti politici e di tradurli in azione, ma soltanto a titolo
personale e sempre che non coinvolga in alcun modo la massoneria: la quale,
peraltro, è tenuta a sconfessarne l’operato quando egli si atteggi a
ribelle contro i poteri costituiti, anche se non si spingerà fino ad
espellerlo dalla fratellanza.
Ulteriori princìpi fondamentali o landmarks
(cioè pietre-termine, confini
invalicabili) sono dettati dal Titolo III o Delle
Logge («... Le persone ammesse come membri di una Loggia devono
essere uomini buoni e sinceri, nati liberi e di età matura e discreta, non
schiavi, non donne, non uomini immorali o scandalosi, ma di buona
reputazione (<>good and true Men, free-born, and of mature and discret Age, non Bondmen,
no Women, no immoral or scandalous Men, but of good Report)») e dal
Titolo IV o Dei Maestri, Sorveglianti,
Compagni e Apprendisti («Tutte le preferenze fra i Muratori sono
fondate soltanto sul valore reale e sul merito personale (upon
real Worth and personal Merit only): che così i committenti siano
serviti bene, che i Fratelli non debbano vergognarsi né che l’Arte Reale
venga disprezzata: perciò nessun Maestro o Sorvegliante sia scelto per
anzianità ma per il suo merito(but
for his Merit). ...»). Oltre ai requisiti morali del candidato
all’iniziazione, è stabilito il divieto di ammettere donne. È poi
stabilito il principio, davvero rivoluzionario per il XVIII secolo, che
l’assegnazione degli incarichi direttivi in loggia avvenga esclusivamente
sulla base del merito.
I moderni studiosi hanno posto l’accento sulla loggia come modello e come
luogo di sociabilità, terreno di sperimentazione per rapporti
interpersonali fondati sul principio dell’eguaglianza e dell’amore
reciproco (idest: fratellanza e
mutuo rispetto, aiuto e solidarietà) tra i soci. La loggia, in un’epoca
di marcatissime differenziazioni e distinzioni sociali, fu senz’altro anche
questo: un luogo dove membri di famiglie reali, nobili di altissimo censo ed
alti borghesi sedevano fianco a fianco ed a parità di diritti con gli
ultimi “operativi” nonché con una folla di piccolo-borghesi, di
professionisti, di attori, di musicisti, etc. Scrive
al riguardo la Jacob 18:
«Le logge dell’Europa continentale si formarono a immagine e somiglianza di
quelle britanniche, e furono caratterizzate da forme di governo e
comportamento sociale sviluppatesi nell’ambito della specifica cultura
politica britannica. Da una parte e dall’altra della Manica gli uomini
votavano ormai da secoli in organismi di tipo assembleare; ma solo in
Inghilterra ciò avveniva nell’ambito di una struttura costituzionale e di
un’assemblea legislativa nazionale dove si votava per teste e non per
stati o ripartizioni territoriali. Con questa specifica forma di cultura
politica maturò una nuova forma di società
civile. In Gran Bretagna, gli individui con diritto di voto
costituivano all’epoca una minoranza ben caratterizzata che si riconosceva
in partiti politici e scelte programmatiche, sia a livello locale, sia a
livello nazionale. Adusi a leggere e a discutere, creavano società di
lettura, club e logge in cui affinavano le proprie capacità di oratori e
commentatori, approfondivano le proprie conoscenze in campo filosofico e
letterario. Solo nelle logge, però, gli individui avevano la possibilità
di diventare legislatori e artefici di costruzioni… I massoni non si
limitavano a incontrarsi e a conversare. Nell’ambito di questa sociabilità
privata … rifondarono la politica e realizzarono una forma di autogoverno
costituzionale, con tanto di costituzioni e leggi, elezioni e
rappresentanti. A questo governo votavano obbedienza e riconoscevano
sovranità. Ciò nondimeno, questo governo era suscettibile di modifica e
cambiamento da parte della maggioranza dei fratelli. Le logge diventarono
microrganismi politici della società civile, spazi pubblici di tipo nuovo:
in pratica scuole di governo costituzionale… Le logge vollero compiere
un’opera civilizzatrice, educare alle buone maniere e al decoro,
incrementare l’ordine e l’armonia della società civile. Insegnarono
agli uomini a parlare in pubblico, a verbalizzare, a pagare “le tasse”,
a essere tolleranti, a dibattere liberamente, a votare, a comportarsi con
moderazione in occasione dei banchetti, a dedicare un’intera vita agli
altri cittadini del loro stesso ordine».
Questa realtà non deve tuttavia far dimenticare che requisiti minimi di status economico, indispensabili per sostenere le spese di
ammissione e di frequentazione della loggia, furono comunque osservati. I
domestici e gli individui di più bassa estrazione sociale non venivano in
genere ammessi all’iniziazione, se non in qualità di “fratelli
serventi”, utilizzati per l’allestimento del Tempio e per servire a
tavola in occasione dei frequenti banchetti: essi erano esonerati dalle
contribuzioni economiche, ma di norma non erano ammessi oltre il grado di
apprendista.
Il 25 gennaio 1738 venne approvata dalla Gran Loggia di Londra una nuova
redazione delle Costituzioni,
anch’essa di penna dell’Anderson. Il testo del 1738, in rapporto al
titolo I, appare sensibilmente modificato:
«Un Massone è tenuto, per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale in
quanto vero Noachita (as a true
Noachide) e, se egli intende rettamente l’Arte, non sarà mai un ateo
stupido né un libertino irreligioso, né agirà contrariamente alla propria
coscienza.
Nei tempi antichi, i Muratori cristiani erano obbligati a conformarsi ai costumi
cristiani di ciascun Paese in cui viaggiavano o lavoravano. Ma la Massoneria
esisteva in tutte le nazioni, anche di religioni diverse, essi sono adesso
soltanto obbligati ad aderire a quella religione nella quale tutti gli
uomini convengono (lasciando ad ogni Fratello le sue personali opinioni);
ossia, essere uomini buoni e leali o uomini di onore e di onestà, quali che
siano le denominazioni, religioni o confessioni che servono a distinguerli:
perché tutti concordano sui Tre Articoli di Noè abbastanza per preservare
il cemento della loggia. In questo modo la Massoneria è il loro Centro di
Unione ed il felice mezzo per conciliare persone che, altrimenti, sarebbero
rimaste in perpetuo estranee». Il riferimento a Noè e al “vero Noachita” allude a Genesi
9, 3-7:
«Ogni rettile che ha vita sarà vostro; tutto questo vi do, come già la verzura
dell’erba: Soltanto non mangerete la carne che ha in sé il suo sangue.
Certamente del sangue vostro, ossia delle vita vostra, io domanderò conto:
ne domanderò conto ad ogni animale; della vita dell’uomo io domanderò
conto alla mano dell’uomo, alla mano d’ogni suo fratello! Chi sparge il
sangue di un uomo, per mezzo di un uomo il suo sangue sarà sparso; perché
quale immagine di Dio ha Egli fatto l’uomo. Quanto a voi, siate fecondi e
moltiplicatevi; brulicate sulla terra e soggiogatela».
Il divieto dell’omicidio, in particolare, proveniente dalla parola di Dio,
viene qui indicato quale minimo comun denominatore di concordia e di
pacifica convivenza tra tutti gli uomini, ancorché di diversa religione.
Questa formulazione non appare in verità molto difforme da quella del 1723, anche
se fiumi d’inchiostro sono stati sparsi, soprattutto da parte di massoni
francesi del XX secolo, per accusare l’Anderson di un ripensamento
“teista” rispetto alla prima formulazione, nell’ambito della
cosiddetta querelle sul Grande
Architetto dell’Universo successiva alle scelte agnostiche effettuate dal
Grande Oriente di Francia nel 1877. Per la verità, a ben guardare, il
riferimento alla legge morale ed ai princìpi noachiti configura un
ampliamento della sfera di attrazione della massoneria ben oltre il quadro
del cristianesimo, quanto meno alle tre grandi religioni che si rifanno
all’insegnamento biblico. In parte questo è il punto di vista espresso
dallo stesso Giarrizzo, che colloca il testo del 1738 in guisa di risposta
all’offensiva cattolica conseguente alla costituzione pontificia In
eminenti emanata il 4 maggio dello stesso anno e che ne ha tratto le
seguenti conclusioni:
«La replica di Anderson-Désaguliers appare così evidente: nessuna concessione
ai tentativi di forzare la massoneria entro i precetti cristiani (meno che
mai cattolici); la loggia deve restare lo spazio di incontri fraterni in
vista della pratica di virtù sociali. Nel linguaggio rabbinico, “i figli
di Noè” sono l’umanità tutta da cui più tardi Dio avrebbe scelto il
suo popolo: ed i princìpi noachidi, la religione universale, comprendono i
precetti e le regole universali – quelle cui solo in tempo storico ogni
nazione, come l’ebraica, avrebbe aggiunti propri divieti e propri
precetti. E la religione come la politica “nazionali” debbono essere
lasciate fuori, se (è ormai comune esperienza) sono fattori di divisione e
non di unità, cioè il maggior ostacolo a fare della massoneria quel Center
of Union, necessario per una società cristiana a molte denominazioni.
Gli ulteriori aggiustamenti della storia e della leggenda possono essere
letti in questo spirito» 19.
In conclusione, l’analisi delle vicende legate alla fondazione della Gran
Loggia di Londra, se obbliga da un lato a focalizzare l’attenzione sul
1717 e sulle personalità dell’Anderson e del Désaguliers le quali
maggiormente si imposero sugli atti ufficiali che di lì a poco (1723 e
1738) avrebbero fornito una caratterizzazione decifrabile della fisionomia
della Gran Loggia e degli intenti sovraordinati alla sua creazione o in
prosieguo di tempo precisati, dall’altro inevitabilmente rinvia e si
riallaccia alla lunga gestazione che l’aveva preceduta, come pure agli
eventi successivi ed al più ampio contesto della società e della cultura
inglobanti il fatto massonico del 1717. E questo perché, nonostante che i
materiali documentari propriamente massonici siano per gran parte venuti in
luce e siano disponibili fin dall’epoca in cui ne scriveva il Gould20
(che rimane in ogni caso la fonte principale o almeno quella di partenza
alla quale occorre fare riferimento per tracciare la storia di quegli anni e
di quegli eventi), si è da allora molto ampliata la conoscenza della
cultura e della società inglesi del XVIII secolo. Nuovi punti di vista si
sono imposti e nuove problematiche sono state poste sul tappeto: per
esempio, quella dell’origine scozzese di molte caratteristiche della
massoneria del XVI e del XVII secolo; o ancora quella dell’influsso
bruniano nel periodo elisabettiano. È stato, altresì, posto in chiaro che
il cosiddetto scisma degli Antients
fu in realtà una creazione del tutto autonoma rispetto alla Gran Loggia del
1717 e che, per converso, uno “scisma” fu invece la creazione di
quest’ultima, almeno se ed in quanto rompeva con una preesistente
tradizione innovandola in parte più o meno cospicua. Infine – ma è
soltanto una chiusa obbligata ad un’elencazione che rischia di diventare
eccessivamente lunga – rimane il problema concernente la reale esistenza
di un esoterismo a carattere iniziatico ed a contenuti spirituali, che
sempre più spesso gli studiosi, e non soltanto quelli “profani”,
ritengono indimostrata ed anzi smentita dall’esistenza di ben altro
“esoterismo”, quello ideologico e politico dei freethinkers
e dei loro discendenti, prima i philosophes
e poi i giacobini, cioè fino – per parafrasare una ben nota citazione
marxiana – a coloro i quali si dettero da fare per cambiare il mondo,
laddove i filosofi si erano per l’innanzi limitati ad interpretarlo.
Tutto ciò conduce a constatare che la tela così ben tracciata dal
Gould nel XIX secolo, a forza di ampliarla e magari di stirarla da una parte
o dall’altra per renderla acconcia a nuove tesi ed a nuove
interpretazioni, ha finito per risultare sbilenca: non quadra più. Però
nemmeno è un caso che al suo posto non sia ancora venuta una nuova e
completa presentazione degli stessi fatti e di quelli che nel frattempo sono
giunti in luce: segno, forse, che è ancora prematuro mettervi mano, oppure
che i contrasti al riguardo sono a tal punto radicali ed insanabili da non
consentire più alcuna sintesi di grande respiro, laddove deve esser chiaro
che una sintesi è e non può non essere altro che una mediazione.
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