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Maschera mortuaria di Newton
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Sir Isaac Newton, alchimista
Sir Isaac Newton, alchimista
Prefazione a Betty Jo Teeter Dobbs, Isaac Newton, Scienziato e Alchimista. Il doppio volto del genio
Edizioni Mediterranee, ottobre 2002. € 19,50 Paolo Lucarelli
Prefazione a Betty Jo Teeter Dobbs, Isaac Newton, Scienziato e Alchimista. Il doppio volto del genio
Edizioni Mediterranee, ottobre 2002. € 19,50 Paolo Lucarelli
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1 Il titolo si riferisce a un
trattato di alchimia, The Hunting of The Greene Lyon. Written by the Viccar
of Malden, che fa parte della raccolta curata da Elias Ashmole, il Theatrum
Chemicum Britannicum, edita a Londra nel 1652. Il trattato è a pag. 278.
2 Su questo tema, vedi la mia
introduzione in Eireneo Filalete. Opere. Edizioni Mediterranee, Roma
2001.
3
Non è un ossimoro, come qualcuno potrebbe pensare. Ricordiamo quel buon pazzo
di Strindberg (che era anche un po’ alchimista): Una generazione che ha avuto
il coraggio di sbarazzarsi di Dio, di infrangere lo Stato e la Chiesa e di
rovesciare la società e la moralità, si inchinava ancora dinanzi alla Scienza.
(Antibarbarus)
4 Fu completata il giorno di
Natale del 1942, ma non fu mai tenuta, tuttavia se ne è conservato il
manoscritto.
5 Pantagruel, capitolo
VIII.
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Non avremmo mai conosciuto gli
aspetti esoterici della vita e del pensiero di Isacco Newton, se agli inizi
del novecento i suoi ultimi discendenti non si fossero decisi a malincuore a
venderne le testimonianze, tenute riservate per secoli con estrema cura.
Fu così messa all’asta da Sotheby una mole impressionate di manoscritti,
che comprendevano studi di alchimia, appunti di laboratorio, letture e
interpretazioni cabalistiche ed eterodosse della Bibbia, ed altri scritti,
altrettanto imbarazzanti per chi aveva voluto mantenere viva ad ogni costo
l’immagine di un freddo scienziato razionale, definito positivista ante
litteram.
Quasi tutte le università più importanti si disputarono l’acquisto di
questo materiale, interessantissimo per la storia della scienza e del pensiero
newtoniano. Questi documenti affascinarono, e inquietarono, molti studiosi.
Tra questi la professoressa Dobbs che pubblicò il suo primo saggio su
Newton negli anni ’70. Si intitolava “I fondamenti dell’alchimia di
Newton, o la caccia al leone verde”
1,
ed era una splendida ricostruzione del seicento inglese e dell’interesse che
l’antica arte ermetica suscitò in quell’epoca nei circoli più vivaci dal
punto di vista culturale e scientifico.
Ricordo che oltre a Newton erano cultori non solo teorici dell’alchimia,
personaggi famosi, fondatori di vari rami della scienza moderna, come Boyle,
Van Helmont, ed altri. Questo fenomeno fu certamente favorito anche dal fatto
che lo scoppio della guerra dei trent’anni in Germania aveva riversato in
Londra un elevato numero di fuorusciti dal continente, molti dei quali legati
al movimento rosacruciano
2.
Fu il periodo in cui circolavano per Londra i manoscritti del grande e
misterioso Eireneo Filalete, che non solo suscitarono grande curiosità e
interesse, ma contribuirono non poco a promuovere nuovi percorsi sperimentali,
sia in campo scientifico che più propriamente esoterico.
Tuttavia quel primo saggio manifestava una mancanza, quasi un’incapacità
evidente della Dobbs a cogliere compiutamente il personaggio Newton nella sua
effettiva profondità e nelle spinte interiori che lo avevano condotto e
guidato su un cammino così eccezionale, tanto estraneo alla sua ben nota e
riconosciuta attività scientifica.
L’immagine che emergeva era quella di un grande manipolatore, in fondo molto
ingenuo nella lettura e nell’interpretazione dei testi alchemici. Più
un protochimico che un vero filosofo ermetico.
La stessa Dobbs - lo dichiara esplicitamente in questo nuovo libro - rimase
sconcertata e insoddisfatta da quello che aveva trovato, e senti il bisogno di
affrontare ulteriormente l’argomento. Lo fece, e non per poco ma per molti
anni. Questa ricerca finì per essere lo scopo della sua vita, conclusa poco
dopo la pubblicazione di questo libro, che è il risultato di una lunga
fatica, e che, possiamo ben dire, la giustifica pienamente.
Sicuramente risultò, e risulta chiaramente da questo saggio, una dimensione
profondamente religiosa e metafisica di Isacco Newton, che non solo permeò
tutta la sua esistenza, ma infine fu l’unico autentico motivo dei suoi
studi.
Newton cercava un contatto col divino. Ne cercava le azioni e gli effetti nel
mondo della natura, nel nostro mondo. Le sue grandi scoperte di fisica,
matematica, ottica, astronomia, il suo capolavoro scientifico, i “Princìpi
Matematici”, con l’introduzione del concetto di forza, in particolare di
forza gravitazionale, la sua rivelazione di una legge di attrazione universale
che spiegava e giustificava il moto dei pianeti e di tutti i corpi celesti,
non furono per lui che sottoprodotti relativamente poco importanti di una
ricerca diversa, più rilevante e più elevata. La ricerca di Dio.
In questo percorso incontrò e scoprì la vera alchimia. Non quella dei
“soffiatori” o dei fabbricanti d’oro, più o meno falso, ma quell’Arte
Sacra e Sacerdotale che è vera filosofia ermetica, e che sola gli poteva dare
strumenti teorici e metodologici per una verifica diretta, sperimentale, del
trascendente.
L’autrice dimostra in modo inconfutabile la crescita parallela della ricerca
alchemica di Newton con quella scientifica in senso moderno, e segue passo
passo questa evoluzione con estremo rigore e una serie di documenti
inoppugnabili. Non pretende di spiegare tutto, ma di tutto ha cercato le
fonti, le possibili connessioni, le influenze dimostrabili e quelle probabili,
con straordinaria meticolosità. Basta osservare che ogni capitolo ha non meno
di un centinaio di note ed esaminare l’immensa bibliografia, per notare
quanto scrupolo e fatica si nascondano dietro queste pagine. Come ho già
detto, si trattò di molti anni di studio.
Il risultato è un saggio che interesserà chi si occupa di storia e di
epistemologia, perché rivoluziona quell’immagine asettica della rivoluzione
scientifica che la vuole nata da puri razionalisti che avevano scartato
finalmente le “pseudo scienze” – come si ama definire oggi tutto ciò
che appartiene all’incomprensibile e al mistero, tutto ciò che urta con la
religione scientifica
3
– inaccettabili per la cultura istituzionale. È chiaro: un Newton, il
fondatore della scienza moderna, il grande fisico, un Newton “alchimista”,
non è solo un’eresia, è una follia da nascondere, come infatti si è fatto
per più di due secoli.
Il testo affascinerà anche chi ama l’alchimia, la vecchia arte ermetica,
perché scoprirà un ermetismo che non è quello delle ricettine spagiriche o
dei sogni nevrotici dei malati junghiani, ma un’autentica metafisica
sperimentale, vorrei dire una “religione” superiore e più alta di tutte
quelle essoteriche, se questa parola non fosse tanto ambigua.
A completamento di questa parte, tra l’altro, per la curiosità dei primi e
l’apprendimento dei secondi, la Dobbs ha trascritto in appendice cinque
manoscritti alchemici di Newton, di cui uno particolarmente teorico, e un
altro che descrive esperimenti di laboratorio.
Questi, che ho tradotto cercando di mantenermi il più possibile fedele agli
originali, sin negli errori, nelle cancellature, nelle aggiunte tra le righe,
rappresentano un documento unico nella storia dell’alchimia. Abbiamo qui una
serie di manoscritti di un vero alchimista, scritti per se stesso, che non
dovevano essere mai pubblicati, documenti della ricerca di uno studioso di
altissimo livello quale solo un Newton poteva essere, che permettono di
penetrare, come mai è stato possibile, nell’“oratorio” e nel
“lab-oratorio” di un vero filosofo ermetico, nei suoi pensieri più
segreti e nelle sue attività più occulte.
Vale la pena di ricordare qui un affermazione di John Maynard Keynes che, dopo
aver studiato a lungo questi documenti, preparando una conferenza per il
Trinity College
4,
tra l’altro diceva:
Dal diciottesimo secolo in
poi, Newton è stato ritenuto come il primo e il maggiore degli scienziati
moderni; un razionalista, uno che ci insegnò a pensare secondo le regole di
una ragione fredda e senza ombre. Io invece non lo vedo sotto questa luce. E
credo che nessuno di quelli che hanno frugato fra le carte che egli ripose
in un baule andandosene da Cambridge nel 1696, e che in gran parte sono
arrivate sino a noi, possa vederlo in quel modo.
Newton non fu il primo
dell’età della ragione. Egli fu l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei
babilonesi e dei sumeri, l’ultima grande mente che indagò il mondo delle
esperienze sensibili e intellettuali con gli stessi occhi di quegli uomini che
presero ad intessere la nostra eredità intellettuale poco meno di 10.000 anni
fa. Isaac Newton, nato già orfano di padre il giorno di Natale del 1642, fu
l’ultimo bambino prodigio a cui i Magi potevano rendere un omaggio sincero e
meritato.
Sembra vi sia poco da aggiungere a parole così ricche di emozione, anche se
restano irrisolti molti quesiti, non solo su Newton e sulla sua avventura
personale.
Un problema, in particolare, resta in sospeso, difficile, antipatico e per lo
più, se non eluso, accantonato con molta prudenza.
Ricordo che nel XVII secolo avvenne un fatto di importanza inconsueta, un
evento di cui l’alchimia per prima fu vittima sacrificale. Iniziò
all’epoca, e si rafforzò poi indistruttibilmente, una netta divisione tra
la scienza e tutto ciò che volge al mistero, al sacro, a princìpi superiori.
Oggi si ama dire che si separarono finalmente scienza e metafisica, di norma
col tono di chi parla di una brutta malattia da cui si è guariti.
Asettici scienziati, orgogliosi di risultati tecnicamente eccezionali,
eressero un fossato incolmabile a difesa e protezione del proprio dominio da
qualunque intromissione. In fondo, anche se non lo si ammette mai chiaramente,
anche l’etica, qualunque etica, finì per essere considerata incompatibile
con quella che si ama definire ricerca “pura”. Lo scienziato, nuovo
sacerdote di un mondo gelido e distaccato, proclama il proprio diritto a
muoversi in totale libertà, indifferente ai risultati che le sue scoperte
potranno introdurre nella società degli uomini.
Questa immagine di essere umano astratto, distaccato da ogni vincolo, teso al
solo studio della natura, senza pregiudizi e condizionamenti, è evidentemente
irreale e incredibile. Oggi, con una ricerca scientifica estremamente costosa,
inevitabilmente controllata da chi detiene strumenti finanziari adeguati, e si
pone obiettivi spesso inquietanti, diventa grottesca e risibile. Nasce verso
la fine del XIX secolo, figlia della stessa visione romantica che aveva
generato la metafora altrettanto improbabile dell’artista sregolato,
insofferente alle costrizioni sociali, contrario ad ogni conformismo che
voglia impedire la libera espressione del genio. Entrambe fastidiose, generano
sensazioni spiacevoli, fantasmi notturni da cui ci si allontana a fatica,
scossi da un disagio che non si sa spiegare.
Diceva Rabelais –la leggenda lo vuole un po’ alchimista – che sapienza
non entra in anima malevola e scienza senza coscienza non è che rovina
dell’anima
5.
Newton non era un’anima “malevola”, e la sua ricerca era colma di
sacralità. Io non so se fu anche un Adepto ermetico, e se raggiunse mai la
sapienza che dovrebbe seguire il completamento della Grande Opera, anche se
ritengo che pochi lo avrebbero meritato quanto lui, ma ho il dubbio che
dovremmo rimeditare su questi moderni “soffiatori” che si pretendono suoi
successori e sulle loro piccole opere imprudenti, e riconquistarci il diritto
di giudicarli da un piano più elevato.
Questo libro, forse, potrebbe contribuire anche a questo, e Betty Jo Teeter
Dobbs guadagnarsi la riconoscenza di molti.
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