La
simbologia massonica e le origini ermetiche della più
enigmatica
opera del Novecento, il
Grande vetro di Marcel
Duchamp
I
personaggi e i libri, in ordine d'apparizione
MARCEL DUCHAMP
- Del normanno antico ha
il volto aristocratico e affilato; dopo studî di filosofia
approda a Parigi e frequenta la cerchia cubista negli anni
'10. Allo scoppio della Grande Guerra si trasferisce a
New York. In contatto con i dadaisti prima e i surrealisti
poi, è noto agli ambienti iconoclasti dell'arte per i ready
made, letteralmente 'prodotti pronti': oggetti d'uso
comune che Duchamp eleva al rango d'opere d'arte firmandoli e
apponendovi scritte sibilline. Mentre i più erano convinti
che avesse smesso di occuparsi d'arte per gli scacchi (gioco
in cui eccelleva: fece parte anche della nazionale di Alekhine), segretamente, e per vent'anni, ha lavorato ai Dati
(Étant
donnés), un complesso allestimento
figurativo, da osservare attraverso il buco di una porta, che
compendia il suo pensiero. Si è spento nel '68 e sulla sua
tomba, per sua espressa volontà, è scritto: «d'altronde
son sempre gli altri che muoiono». I suoi scritti sono
raccolti in M. DUCHAMP, Mercante del segno, Cosenza
1978. Per saperne di più sul personaggio propongo, dalla
sterminata bibliografia, O. PAZ, Apparenza nuda. L'opera
di Marcel Duchamp, Milano 1990, per la limpidezza del
testo, di mano d'un premio Nobel, che sa raccontare con gusto
le avventure del pensiero.

GUILLAUME APOLLINAIRE - Muore trentottenne,
falcidiato dalla Spagnola che imperversava verso la fine
della Grande Guerra, dopo essere sopravvissuto alle gravi
ferite in testa causate dall'esplosione d'una granata. Poeta
ardito, cultore del verso libero e del calligramma, è noto
nelle cerchie artistiche per le sue profonde conoscenze
esoteriche, i cui classici legge con voracità. René Nicosia
si fregiava della sua amicizia. Benché sia stato talvolta
discusso come critico, lui ha pronunciato i due nomi del
secolo agli esordî: Picasso e Matisse. E scusate se è poco.
I libri citati sono: G. APOLLINAIRE, Alcool Calligrammi,
Milano 1986. G. APOLLINAIRE, Orfeo, in Il bestiario
o corteo d'Orfeo, in Opera poetica, Bergamo 1981.
RAYMOND ROUSSEL - Dopo studî pianistici
si dà alla poesia, «le parole vengono più facilmente della
musica». Ma l'insuccesso lo perseguita e si rinchiude in una
villa di famiglia. Scoperto dai surrealisti e celebrato come
uno dei loro padri, li tratta gentilmente ma ritiene il loro
lavoro «un po' oscuro»; di lui dirà Duchamp: «Roussel si
credeva filologo, filosofo e metafisico. Ma resta un gran
poeta». È morto a Palermo, nel '33, al Grande Albergo delle
Palme. D'obbligo ricordare almeno R. ROUSSEL, Impressioni
d'Africa, Milano 1964.
ROBERTO GROSSATESTA - (Robert Greathead,
1175-1253) Figlio medievale tra i più fulgidi del
platonismo, francescano e vescovo di Lincoln, ha allevato
agli studî Ruggero Bacone. Suo il principio secondo cui la
natura procede nel modo più breve e ordinato possibile,
ripreso da Francesco Bacone e Galileo. La luce è per lui
principio attivo della materia, causa e forma prima d'ogni
realtà corporea e ragione ultima della bellezza del mondo
sensibile. R. GROSSATESTA, La luce, in Metafisica
della luce, Milano 1986.
ERMETE TRISMEGISTO
- Figura leggendaria, è
splendidamente intarsiata nel pavimento del Duomo di Siena. Corpus
Hermeticum, Pimandro, Milano 1991. Scritto forse
ad Alessandria verso il II° secolo d.C., sintetizzando
motivi pitagorico-platonici, stoici, persiani ed ebraici, il Corpus
Hermeticum ebbe particolare fortuna nella Firenze
medicea, dove lo tradusse Marsilio Ficino. Stampato per la
prima volta nel 1471, conobbe sedici edizioni sino alla fine
del Cinquecento. Cfr. A. J. FESTUGIÈRE, La Révélation
d'Hermès Trismégiste, Parigi 1950-54; F. A. YATES, Giordano
Bruno e la tradizione ermetica, Bari 1985. Apollinaire
aveva letto l'edizione di L. MÉNARD, Hermès
Trismégiste. Traduction complète, précédée d'une étude
des livres hermétiques, Paris 1886, comprendente i primi
quattordici trattati e l'Asclepio.
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Lo svanimento
della luce
Per l'uomo
occidentale la luce è principalmente, se non esclusivamente,
una risorsa tecnica. È ormai raro che sia pensata come una
metafora della conoscenza, e rarissimo che sia concepita come
la manifestazione vivente di un ente metafisico o
dell'intelligibile nel sensibile.
Parimenti nel mondo dell'arte odierna la poetica della luce
rappresenta solo un ramo secco. La pittura di questo secolo
si è così profondamente addentrata nelle viscere della
materia, nei suoi più minuti travaglî, da perdere il senso
globale della forma e lo stesso senso della visibilità, che
presuppone e implica la distanza. Da questa immersione ne
emergono, quasi come i reduci d'una battaglia, il gesto
dell'artista e grandi campiture o tessiture cromatiche, che
si propongono e affermano in luogo della narrazione e della
composizione per mezzo di forme.
Non diversamente accade in quelle opere che ricorrono a mezzi
diversi da quelli pittorici; se vi appaiono tubi al neon, la
luce di Wood o altro ancora, essi rappresentano poco più che
protesi tecnologiche: non indicano un particolare interesse
per la luce, testimoniano semmai quanto l'artista intenda
essere al passo coi tempi. La limpidezza, la trasparenza, la
visibilità non costituiscono più oggetto di ricerche
poetiche nel campo delle arti visive.
D'altronde una poetica della luce si manifesta sempre in
stretta correlazione con una metafisica della luce, e ne sono
esempî eloquenti il mosaico bizantino e la vetrata gotica,
la limpida, tersa misura di Piero della Francesca, Vermeer e
Seurat o i drammatici conflitti di tenebre e luce nelle tele
di Caravaggio e Rembrandt. Ogni qual volta il fiume carsico
del platonismo è riaffiorato nella storia, ha con pazienza
ritessuto i fili d'una metafisica della luce, seminando
simboli e metafore nel fecondo terreno della poesia e
dell'arte.
Ma l'oggi, così teso a monetizzare il tempo e a valutare
all'impronta ciò ch'è remunerativo, non può avere
interesse o anche solo attenzione per chi coltiva e
custodisce una qual sia metafisica o una concezione poetica.
Non v'è dunque da stupirsi dello svanire d'una metafisica e
poetica della luce, ma del contrario: che ancora qualcuno se
ne occupi, mostrando sovrana indifferenza per il guadagno, il
successo, la produttività, la gloria.
Duchamp e la luce
È questa la
principale ragione dell'immenso stupore che suscitano Marcel Duchamp e la sua opera. Totalmente
disinteressato e al successo e al profitto, Duchamp si
accontentava del modesto guadagno da bibliotecario per
coltivare i suoi studî di metafisica e cosmogonia. Ha
firmato un numero esiguo di opere, con grande rammarico dei
suoi rari e ricchissimi collezionisti, che lo dovevano
letteralmente implorare per ottenerne talvolta una. Per
lunghe stagioni si è distolto dall'ambiente artistico,
preferendo dedicarsi ai tornei di scacchi e alla strategia
del gioco o a ricerche del tutto improficue che gli
consentissero di evitare perdite e vincite al casinò.
L'assoluta unicità della figura di Duchamp, nel panorama
artistico del Novecento, risiede proprio nell'aver coltivato
con silenziosa tenacia un ramo secco: una metafisica poetica
della luce. Una ricerca così desueta, la sua, che la
critica, che pure si è accanita sul suo lavoro ricoprendolo
d'una fittissima vegetazione interpretativa, raramente, quasi
mai, ne ha dato conto. Raramente, si dovrebbe aggiungere, se
n'è accorta. Ha insistito sulle fonti alchemiche della sua
opera, sul suo esoterismo, sugli aspetti psicoanalitici,
inconscî e nascosti, sulle presunte pulsioni incestuose
dell'artista nei confronti della sorella; su tutto insomma,
fuorché paradossalmente su ciò che Duchamp voleva
comunicare.
Eppure tracce d'un particolare interesse di Duchamp per la
luce è possibile coglierle in abbondanza sia nelle sue opere
che in ciascuna delle molteplici annotazioni che ha scritto a
margine e a sostegno del suo lavoro. La sua più celebrata e
impegnativa opera, per cominciare, nota come Grande vetro,
è un'apoteosi della trasparenza e dunque della luminosità.
Tracce vistose: pochi, pur ricordando che Duchamp definì il Grande
vetro «un mondo in giallo», hanno sottolineato che ciò
sottende una propagazione della luce negli strati della
materia. Pochissimi poi hanno aggiunto che Duchamp ne
ipotizzava «l'esecuzione per mezzo delle sorgenti
luminose». Nessuno, ch'io sappia, ha descritto il Grande
vetro per ciò che è: un cosmogramma della luce, ovvero
una rappresentazione simbolica dell'emanazione universale
della luce e, al contempo, un viatico per tornare alle
origini, alla luce stessa.
Marcel Duchamp, Il Grande vetro o La Sposa
messa a nudo dai suoi scapoli, anche
Una base in
«massoneria»
Nella stagione
delle avanguardie il Grande vetro cresce lentamente,
corroborato da una sostanziosa quanto criptica elaborazione
teorica e progettuale. Questa poderosa mole di note viene
raccolta da Duchamp in due «scatole» che verranno
pubblicate in tiratura limitata. È ai testi e disegni
contenuti in queste scatole che l'artista francese ha
consegnato i cardini della sua concezione metafisica.
Ampî capitoli, considerando la sua laconica ed ermetica
scrittura, sono dedicati a temi o soggetti inerenti la luce:
a uno dei due principali elementi del Grande vetro,
cioè il «gas illuminante», o alla «illuminazione
interna» e alle ombre, o all'apparenza e all'apparizione,
che presuppongono ambedue la luce. Nella prima scatola, che
raccoglie le riflessioni e i progetti dal 1912 al '14, è
contenuto uno schizzo, vergato di slancio su carta da musica,
con un ciclista che sale un pendio. In calce, a matita,
Duchamp ha scritto: «Avere l'apprendista nel sole».
La frase, forse perché è per i più astrusa e priva di
senso, non ha suscitato adeguata attenzione. Eppure
rappresenta un altro nitido ed esplicito segno dell'interesse
di Duchamp per la luce e risulta chiara a chi ha
dimestichezza con i rituali massonici: essa allude alla fase
conclusiva dell'iniziazione, al momento in cui finalmente
l'apprendista riceve la luce. Il ciclista che affronta con
sforzo e slancio la salita si cimenta in realtà con l'ascesa
iniziatica.
Bisogna aggiungere che Duchamp, in un'altra nota per il Grande
vetro, spiega che questo congegno ha una base in «maçonnerie», parola che in francese -giova dirlo?- non
significa solo la muratura. Se avesse voluto indicare
esclusivamente una base edilizia, senza incorrere in
fraintendimenti, il Francese gli offriva l'inequivocabile
termine 'murage'. Che invece giocasse sul doppio senso della
parola «maçonnerie» lo suggerisce anche l'uso, in alcuno
dei suoi scritti, dei tre punti massonici. Dunque, secondo il
suo autore, il Grande vetro ha un fondamento in
«massoneria» e il tema sotteso a quest'opera è analogo al
percorso massonico: l'ascesa iniziatica che conduce alla
luce.
Il congegno del
Grande vetro
Il Grande vetro
è agli antipodi della pittura dell'epoca, vibrante di segni
e pasta cromatica, protesa a rappresentare il movimento o lo
sfaccettarsi dello spazio in una miriade di piani. In
quest'opera, invece, severamente tratteggiate e circoscritte
da filo di piombo, le nitide e curiose figure sono
imprigionate tra due lastre di vetro, di quasi tre metri,
come gl'insetti nell'ambra. Sospese nel vuoto spazio,
sembrano sospendere il tempo. Il Grande vetro è un
ritratto dell'immobilità.
Il titolo originale, La sposa messa a nudo dai suoi
scapoli, anche, indica che i singolari marchingegni
congelati nel vetro racconterebbero il denudamento d'una
sposa, il suo disvelamento. Nella zona inferiore è
minuziosamente descritto «l'apparecchio celibe», composto
da un mulino ad acqua e una improbabile macina montata su un
tavolo in stile Luigi XV, che raccolgono sforzi e desideri di
nove «stampi maschili»; nella zona superiore «il regno
della sposa» si distingue per una nube, la «via lattea»,
che sembra sprigionarsi da un meccanismo di vaghissimo
aspetto umano.
Il Grande vetro è dunque il disegno di un congegno di
cui le scatole di annotazioni di Duchamp spiegano il
funzionamento. Sopra vi è la multiforme: Vergine, Sposa,
Iside ed Euridice, la «Signora suprema del mondo» -avrebbe
detto Goethe- l'eterno elemento femminile che ci trae verso
l'alto, cioè l'idea: in questa regione, annota Duchamp, «le
forme principali non hanno più una commensurabilità».
Sotto, invece, alberga la chiusa società degli uomini che ha
una base in «massoneria».
Il regno della sposa (metà
superiore)
1. La
Sposa e i suoi vestiti; U (1) e seguenti: pistoni di
corrente d'aria inscritti nella nube che è la 'via lattea'; i punti contrassegnati col 17 e 18 sono i
'nove spari', sotto cui, in corrispondenza del
triangolo, vi doveva essere il 'quadro di ombre proiettate'; Duchamp lavorò otto anni a quest'opera
e la lasciò incompiuta
Apparecchio scapolo, o una
base in «massoneria» (metà inferiore)
A
sinistra, contrassegnati dal 2, i nove 'stampi
maschi', dietro il 'mulino ad acqua'; al centro la
'macinatrice di cioccolato', posta su un tavolo Luigi XV, sovrastata dalle 'forbici (5), e dai setacci: i
coni in semicerchio; a destra le forme elleittiche a
raggera o ad anelli sono i 'testimoni oculisti'.
Duchamp ha
descritto il Grande vetro come un motore, alimentato
dal desiderio d'amore, che produce lo «sboccio» della
Sposa. Come il ciclista impegnato nell'ascesa iniziatica è
il motore umano di un mezzo costituito da due parti, le due
ruote, così il Grande vetro consta di due parti e
può essere paragonato, secondo Duchamp, a un'auto che sale
un pendio: «la macchina desidera sempre più la vetta della
salita, e sempre accelerando lentamente (per gradi, vien
d'aggiungere, N.d.A.) come stanca di speranza, ripete i colpi
di motore regolari a una velocità via via maggiore fino al
rombo trionfale».
La strada percorsa da questo singolare veicolo iniziatico non
è dissimile da una piramide. È ben definita in larghezza e
spessore al suo inizio, avverte Duchamp, e diventa
progressivamente senza forma topografica, una «linea pura
geometrica senza spessore, avvicinandosi a quella retta
ideale che trova il suo sbocco verso l'infinito». L'inizio
del viatico ha la sostanza della «selce sfaldata», cioè si
approssima alla pietra grezza, e alla fine si sbriciola in
«polvere d'oro» in sospensione, più leggera dell'aria: in
purissima materia luminosa. È il viaggio dell'apprendista.
A innescare questo veicolo iniziatico concorrono due
elementi, la caduta d'acqua e il gas illuminante. Essi
consentono di determinare secondo Duchamp «le condizioni del
Riposo istantaneo di una successione di fatti diversi per
isolare il segno della concordanza tra questo Riposo, da una
parte, e dall'altra una scelta di Possibilità». Duchamp ha
affermato che «l'arte è uno sbocco su regioni dove non
dominano né il tempo né lo spazio»: è questo il luogo del
«Riposo istantaneo». A sostituire «Riposo» con l'Uno
platonico e «scelta di Possibilità» con il concetto di
molteplice, si può dunque leggere una variante epocale del
principio ermetico che tutto è Uno: caduta d'acqua e gas
illuminante servono a isolare il segno della concordanza tra
l'Uno e il molteplice.
Non è difficile a questo punto individuare nella caduta
d'acqua e nel gas illuminante quella via discendente e
ascendente che Eraclito ricordava essere una sola e la
stessa. Principî universali, come segnala il titolo
d'un'altra opera dell'artista, Acqua e gas a tutti i piani,
cioè presenti in ogni grado di manifestazione dell'essere:
la caduta d'acqua e il gas illuminante sono i due poli della
cosmogonia ermetica che ha per origine la luce. Ma per
intenderne il senso è necessario tornare alle radici del Grande
vetro e il lettore mi perdonerà: la strada comincia a
inerpicarsi.
Le origini del
Grande vetro
Il progetto del Grande
vetro prende corpo intorno al 1912 nel multiforme
crogiolo della Parigi d'avanguardia, dopo un viaggio che
Duchamp effettua nelle montagne del Giura in compagnia del
pittore Picabia e del celebre poeta Guillaume Apollinaire, il critico e sostenitore dei
cubisti. Al ritorno Duchamp appunta i primi pensieri sul Grande
vetro e tratteggia la strada iniziatica che si
trasmuta in pura linea, in polvere d'oro, precisando che è
un «fanciullo-faro» a compiere l'operazione.
Il fanciullo-faro non è altri che lo stesso Apollinaire, che
nella raccolta di poesie Alcool, pubblicata proprio
dopo il viaggio con Duchamp, vanta nobili genetliaci («la
luce è mia madre») e luminosi compiti («E io brucio
portatore di soli al centro di due nebulose») che richiedono
un adeguato nutrimento: «a grandi sorsate trangugiavo le
stelle». Di lì a qualche mese il poeta annuncerà la
nascita dell'«orfismo», movimento con cui l'arte, dichiara,
arriva «in piena poesia alla luce». E Duchamp ne è uno dei
principali protagonisti.
Non poteva essere altri che Apollinaire il fanciullo-faro, la
guida verso la luce: anche Savinio, il meno noto ma non meno
creativo fratello di De Chirico, riconosceva all'occhio di
Apollinaire la virtù magica trasmessa dalla «polvere
solare». È il sapiente occhio di Apollinaire a condurre
Duchamp ad assistere alla pièce teatrale di Raymond Roussel Impressioni
d'Africa, che l'artista ricordò in seguito come
l'origine del Grande vetro.
In questa macchina teatrale disseminata di ordigni meccanici,
costituita da nient'altro che una sequenza ininterrotta di
congegni simbolici, Apollinaire probabilmente additò a
Duchamp un curioso marchingegno chimico-musicale che nessuno
ha finora notato essere il diretto antenato del Grande
vetro.
La voce della luce
Anche il congegno
di Roussel è un'enorme «gabbia di
vetro», condotta in scena dal chimico «Bex», atta a
contenere «un immenso strumento musicale formato da
diffusori a tromba di rame, corde, archetti circolari,
tastiere meccaniche d'ogni sorta». Ad azionare questa
polimorfica orchestra automatica è l'energia prodotta da due
grossi cilindri, uno rosso e uno bianco -come le colonne dei
templî francesi. Il cilindro rosso contiene «una sorgente
di calore di eccezionale potenza», quello bianco produce
«un freddo intenso capace di rendere liquido qualsiasi
gas».
È un peccato che finora la critica non abbia sondato il
lavoro di Roussel. Avrebbe riconosciuto nei cilindri rosso e
bianco le colonne del mondo e gli avi del gas illuminante e
della caduta d'acqua di Duchamp, e invece d'insistere sul
presunto dualismo del Grande vetro, avrebbe viceversa
individuato nella caduta d'acqua uno stato di condensazione
del gas: una variazione della stessa sostanza originaria.
Sostanza luminosa, a considerare le osservazioni di Duchamp
sugli oggetti: «l'oggetto è illuminante. Il corpo
dell'oggetto è composto di molecole luminose
ogni
materia nella sua composizione chimica è dotata di una
«fosforescenza» e s'illumina». E nello stesso testo,
quando sottolinea la «massa di elementi di luce»,
s'intravede nuovamente il motivo della polvere d'oro e
s'intuisce una visione monista che forse si radica nella
metafisica di Roberto Grossatesta, che coglie nella luce «la prima forma
corporea».
Il congegno chimico musicale di Roussel, in particolare le
colonne rossa e bianca, si prestava a una lettura ermetica
nel solco del Pimandro che certamente Apollinaire non
si lasciò sfuggire. Ermete Trismegisto è figura molto cara al poeta,
sovente attraversa i suoi versi. Ma Apollinaire lo cita
testualmente nel Corteo d'Orfeo, pubblicato
poco prima del viaggio con Duchamp, a incipit di ciò
che chiamerà orfismo:
Ammirate
l'insigne potere
E la nobiltà della linea:
Essa è la voce che la luce fece udire
E di cui parla Ermete Trismegisto nel Pimandro
Nelle note
esplicative Apollinaire insiste: «Presto -si legge nel Pimandro-
discesero le tenebre e ne uscì un grido inarticolato che
pareva la voce della luce». Questa «voce della luce» non
è il disegno, ovvero la linea? E quando la luce si esprime
pienamente tutto si colora. La pittura è in verità un
linguaggio luminoso».
Così Duchamp, da buon orfista, ipotizza l'esecuzione del
quadro per mezzo di sorgenti luminose, congela le sue figure
nella trasparenza del vetro e immagina la strada iniziatica
come una base spessa e solida, in «maçonnerie», con un
vertice che sfuma in una «linea pura senza spessore»,
immersa in una nube di polvere d'oro più leggera dell'aria.
Alla vetta del viatico iniziatico comincia la linea, ovvero
la voce della luce di Apollinaire, cioè d'Ermete: Duchamp ha
messo a frutto le meditazioni sul Pimandro.
Il Pimandro di
Ermete Trismegisto
Apollinaire non
dovette mancare nel far notare a Duchamp come il Pimandro
non sia meno spettacolare del congegno di Roussel, anzi. E
come nei due cilindri di Roussel, l'uno sorgente di calore,
l'altro capace di rendere liquido ogni gas, si potessero
riconoscere i poli della genesi ermetica, la natura umida e
il puro fuoco.
Nel Pimandro è descritta la visione d'Ermete:
all'iniziato appare il nous, l'intelletto supremo, che con
una visione lo avvia alla conoscenza degli esseri. A Ermete
appare uno spettacolo infinito in cui tutte le cose sono
diventate luce, e s'innamora di questa visione. Però
sopravviene un'oscurità che scende verso il basso e si muta
«in una sorta di natura umida agitata in un modo indicibile
e che produce una specie di suono, un gemito
indescrivibile»: la caduta d'acqua di Duchamp.
Questa natura umida «subito dopo emise un grido di aiuto,
inarticolato, che somigliava alla voce della luce. Dalla luce
un santo Logos si diresse verso la natura e dalla natura
umida un puro fuoco si sprigionò dirigendosi verso l'alto»:
ecco il gas illuminante, che ha per Duchamp «un'idea fissa
ascensionale».
La luce è l'intelletto supremo, «che esiste prima della
natura umida emersa dall'oscurità», ed esorta Ermete:
«Orsù, volgi il tuo intelletto a questa luce e impara a
conoscerla». Ermete ha un'ulteriore visione: «vidi nel mio
intelletto la luce consistente in un numero infinito di
potenze, vidi sorgere un mondo privo di limiti, vidi che il
fuoco era imprigionato da una forza immensa e manteneva
forzatamente l'immobilità. Mentre io stavo lì sbalordito,
di nuovo mi si rivolse: «Tu hai visto nel tuo intelletto la
forma archetipa, il principio del principio, che non ha
fine»».
La voce della luce è dunque l'accorato appello che proviene
dalla «natura umida», divenuta tale per essere 'caduta in basso', immersa nell'oscurità; ed è proprio questa la
condizione primigenia degli elementi del Grande vetro:
«Dati (nell'oscurità) 1° la caduta d'acqua; Sia, dati 2°
il gas illuminante, nell'oscurità». Condizione ripetuta due
volte da Duchamp e circoscritta nel manoscritto da segni
rossi.
Si noti come la sequenza dei «Dati» di Duchamp rispetti
l'ordine del Pimandro: prima l'oscurità, scendendo,
si tramuta in natura umida, o caduta d'acqua, come si
preferisce. Quindi dalla natura umida, che invoca aiuto e lo
riceve dalla Luce prima, si sprigiona un puro fuoco che si
dirige verso l'alto: il gas illuminante s'innalza
successivamente.
Ma Pimandro, oltre l'educazione alla visione interiore della
genesi cosmica, invitava calorosamente Ermete a volgere il
suo intelletto a quella luce «di natura maschile e
femminile» che esiste prima della natura umida. E per
Duchamp il Grande vetro manifesta il «segno della
concordanza» tra gli opposti, il principio generatore
immobile e il mondo in moto.
Il Grande vetro è una macchina desiderante, ma ciò
che la muove verso la vetta, sino al «rombo trionfale», è
un anelito alla luce. Quest'opera non poteva dunque essere
che la trasparente apparizione di «un mondo in giallo»,
epifania di quella «retta ideale» che annuncia «la voce
della luce». Non poteva non essere un cosmogramma della luce
androgina, un sigillo metafisico che attende la
transustanziazione: «il processo creativo -ha dichiarato
Duchamp nel '57- assume tutt'altro aspetto quando lo
spettatore si trova in presenza del fenomeno della
trasmutazione; con il cambiamento della materia inerte in
opera d'arte una vera e propria transustanziazione ha
luogo».
Ripensando al suo ultimo lavoro, l'Etant
donnés, alla donna che solleva la fiamma a
gas, alla «natura umida» da cui si sprigiona il gas
illuminante, non dispiace ricordare il ruolo che assegnava
all'artista: «mantenere vive le grandi tradizioni spirituali
con cui la stessa religione sembra aver perso il contatto.
Credo che oggi più che mai l'Artista abbia questa missione
da compiere: tenere accesa la fiamma di una visione interiore
di cui l'opera d'arte sembra essere la traduzione più fedele
per il profano».
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