1 In hoc volumine De Alchemia continentur
haec… Omnia collatis exemplaribus, emendatissima, nouoque modo ad mentem
authorum distincta, & argumentis atque picturis necessarijs illustrata,
ita ut merito iam renata videri queant. Norimbergae
apud Joh. Petreium, Anno M.DC.XLI. Conteneva una serie di opere di
Geber, e testi di Bacone, Riccardo Anglico, il Rosario minore, Calid, la
Tavola di Smeraldo e l’Ortolano.
2 Verae Alchemiae
Artisque Metallicae, citra Aenigmata, Doctrina, certusque modus, scriptis
tum nouis tum ueteribus nunc primùm & fideliter maiori ex parte editis,
comprehensus… per Henricum Petri & Petrum
Pernam, Basileae MDLXI.
3 Theatrum Chemicum, praecipuos
selectorum auctorum Tractatus de Chemiae et Lapidis Philosophici
antiquitate, veritate, Jure, paestantia, operationibus continens…
Argentorati, sumptibus Heredum Eberh. Zetzneri. La prima edizione era in
quattro volumi. Un quinto fu aggiunto nel 1622 e infine un sesto
nell’ultima edizione del 1659. In totale si raccoglievano circa 200 opere
tra le più espressive sia del passato sia di epoca moderna.
4 Elias Ashmole,
Theatrum Chemicum Britannicum, London 1652.
5 Jo. Jacobi Mangeti, Bibliotheca Chemica
Curiosa, seu Rerum ad Alchemiam pertinentium Thesaurus Instructissimus…
Coloniae Allobrogum.. M DCC II. In due volumi, comprende circa 130 testi.
6 Musaeum Hermeticum omnes
Sopho-Spagiricae Artis Discipulos Fidelisime Erudiens, quo Pacto summa
illa veraque medicina, qua res omnes, qualemcumque defectum patientes,
instaurati possunt (quae alias Benedictus Lapis Sapientum appellatur)
inveniri ac haberi queat. Continens Tractatus Chymicos novem
praestantissimos, quorum nomina & seriem versa pagella indicabit. In
gratiam Filiorum Doctrinae, quibus Germanicum Idioma ignotum, in Latinum
conversum ac juris publicis factum. Francofurti, Sumptibus Lucae
Jennisii. Anno M.DC.XXV. Qui si contano nove trattati, mentre in realtà
sono dieci, ma l’opera di Jehan de Meung e quella di Flamel sono
considerate insieme.
7 Musaem Hermeticum Reformatum et
Amplificatum… Continens Tractatus Chimicos XXI… Francofurti, apud
Hermannum à Sande, M.DC LXXVIII.
8 Dyas Chymica Tripartita,
Das ist: Sechs Herrliche Teutsche Philosophische Tractätlein: Deren I.
Vonan itzo noch am Leben: II. Von mittlern Alters: und III. Von ältern
Philosophis beschrieben worden. Nunmehr aber Allen Filiis Doctrinae zu
Nutz an Tag geben, und mit schönen Figuren gezieret. Durch H.C.D.
Franckfurt am Mayn bey Lucas Jennis zu finden. Anno
1625
9 Atalanta Fugiens, hoc
est Emblemata Nova de Secretis Naturae Chymica…
Authore Michaele Maiero… Oppenheimi ex typographia
Hieronymi Galleri, sumptibus Joh. Theodori de Bry M DC XVIII. Ed.
italiana a cura di Bruno Cerchio, Edizioni Mediteranee, Roma, 1984.
10 In Chymicis versanti Natura, Ratio,
Experientia & lectio sint dux, scipio, perspicilia & lampas.
11 Pierre Borel, Bibliotheca Chimica seu
Catalogus Librorum Philosophicorum Hermeticorum in quo quatuor milia
circiter, Authorum Chimicorum, vel de transmutatione Metallorum, re
Minerali, & Arcanis, tam manuscriptorum, quam in lucem editorum, cum eorum
editionibus, usque ad annum 1653 continentur…Parisiis… M.DC.LIV.
12 Borrichius, De ortu et
progressu Chemiae Dissertatio, Hafniae, 1668.
13 Lynn Thorndike, A
history of magic and experimental science, Columbia University Press,
1964, vol. VII.
14 Questo fenomeno non è solo europeo. Lo
ritroviamo più o meno nella stessa epoca in India, dove l’alchimia si
“spiritualizza”, o diventa un fatto rituale e sessuale (vedi Gordon White,
Il corpo alchemico, Ed. Mediterranee, Roma, 2004), e ancora prima
in Cina con il passaggio dal waidan al neidan, cioè
dall’alchimia vera e propria a quella che si definisce alchimia
interiore, cioè a una lettura mentale o erotica delle operazioni di
laboratorio. Tutto ciò con gran soddisfazione degli studiosi profani, che
finalmente riescono a capire i testi che leggono, e con un certo sconcerto
da parte dei filosofi ermetici tradizionali.
15 Talvolta chiamata soltanto “Croce
d’Oro”.
16 Vedi Gerard Galtier,
Maçonnerie égyptienne, Rose-Croix et néo-chevalerie, Monaco, 1994,
cap. 7.
17 Die warhaffte und
vollkommene Bereitung des Philosophischen Steins, der Brüderschaff aus dem
Orden des Gülden- und Rosen-Creutzes,... Brefslau,
1710.
18 Vedi René Le Forestier,
La Franc-Maçonnerie Templière et Occultiste, Paris, 1987, Tome 2,
cap. I, dove si trovano ulteriori notizie.
19 Che però infine se ne sono accorti.
Vedi The motto of Royal Arch, by Bro. Dr. A. J.
Owen, in Ars Quatuor Coronatorum, vol. 105 for the year 1992, Oct.
1993.
20 Il titolo originale era:
Ein güldener Tractat vom Philosophischen Steine. Von einem noch
Lebenden, doch ungenanten Philosopho den Filiis Doctrinae zur Lehre, den
Fratribus aureae Crucis aber zur Nachrichtung beschrieben. Si
noti la dedica ai fratelli della Croce d’Oro.
21 Io, tenuto conto della passione per i
giochi di parole del Mynsicht, leggerei questo pseudonimo come formato da
due parole greche, mâza e athanês, cioè “massa immortale”,
riferita alla Pietra dei Filosofi, dove Enrico sarebbe un chiaro
richiamo al fuoco segreto, come dimostra il fatto che sia scritto Hinricus.
Certo, ammettendo fosse il suo caso, potrebbe leggersi anche “calvo
immortale”.
22 Che preparava da solfuro di antimonio e
cremore di tartaro.
23 Per uno studio completo sulla Porta e sui
suoi simboli, oltre che su Massimo Palombara, la regina Cristina di Svezia
e il loro affascinante cenacolo ermetico, vedi Eugène Canseliet, Due
luoghi alchemici, Ed. Mediterranee, Roma, 1998. Forse abbiamo qui la
prova di un legame tra il gruppo degli alchimisti romani e i fratelli
tedeschi della Croce d’Oro, uno dei quali potrebbe aver visitato villa
Palombara. Comunque, in mancanza di altri documenti, l’enigma storico
resta senza soluzione e io non posso che segnalarlo a qualche ricercatore
di buona volontà.
24 Un’altra curiosità, è che i loro nomi
latini siano, a meno di una vocale ripetuta, uno l’anagramma dell’altro.
25 Limojon de Sainct-Didier, Il Trionfo
Ermetico, Ed. Mediterranee, Roma, 1974. La frase si trova nella
sesta chiave della Lettera ai veri discepoli di Ermete, e
prosegue con considerazioni utili anche in rapporto al testo che qui
stiamo esaminando.
26 Ancora sino al tempo dei nostri nonni, la
liscivia, che è infine proprio una soluzione detergente, si preparava
filtrando un miscuglio di cenere di legna (di quercia) in acqua bollente.
27 I seguaci di Jung, forse lui stesso, se
ben ricordo, di fronte a qualcosa di sognato, non hanno mancato di
trarne conclusioni abbastanza divertenti.
|
Con l’avvento della stampa iniziò la pubblicazione dei più notevoli
trattati di alchimia, noti durante il medioevo in forma manoscritta. Furono
così stampati quei testi che nei secoli avevano ottenuto un maggior consenso
da parte degli studiosi per l’aiuto che erano in grado di dare alla
soluzione del problema della Grande Opera.
Come era avvenuto per i manoscritti, cominciarono ad essere riunite in
raccolte più o meno grandi ed omogenee le opere più importanti. La più
antica pubblicazione di questo genere fu probabilmente il De Alchemia 1
,
edito a Norimberga nel 1541. Ne seguirono immediatamente altre. Ricordiamo
tra le più importanti, nel 1561 la raccolta del Gratarolo
2,
nel 1602 il Theatrum Chemicum
3,
nel 1652 quella dell’Ashmole
4 per i testi inglesi, e ancora all’inizio del XVIII secolo la collezione di
Jean Jacques Manget
5 .
Nel 1625 esce in Germania, particolarmente attiva in queste iniziative,
il Musaeum Hermeticum
6,
che riuniva una serie di scritti in traduzione latina dal tedesco.
Questa edizione comprendeva:
Tractatus Aureus de Lapide Philosophico ab Anonymo
vero tamen Lapidis Possessore Conscriptus.
Aureum Seculum Redivivum Henrici Madathani.
Hydrolitus Sophicus, seu Aquarium sapientum.
Demonstratio Naturae, Ioannis de Mehung.
Summarium Philosophicum Nicolai Flamelli.
Via Veritatis Unicae.
Gloria Mundi, seu Tabula Paradisi.
Tractatus de Generatione Metallorum.
Author Libri, cujus nomen Alze.
Lambspringii Nobilis Germani de Lapide Philosophorum
Figurae & Emblemata.
Nel 1677 uscì una seconda edizione ampliata
7 in cui si erano aggiunti:
Tripus Aureus Michaelis Majeri, Hoc est Tres Tractatus Chimici
Selectissimi: nempe Basilii Valentini Benedictini Ordinis
Monachi Germani Practica una cum XII. Clavibus & appendice, ex Germanico
Thomae Nortoni, Angli Philosophi, Crede mihi seu Ordinale,
ex Anglicano manuscripto in Latinum Translatum
Cremeri cujusdam Abbatis Westmonasteriensis Angli TESTAMENTUM, in
Diversarurm nationum Gratiam editi & figuris cupro affabre incisis ornati.
Michaelis Sendivogii Novum Lumen Chemicum, è Naturae Fonte & manuali
Experientia depromptum.
Novi Luminis Chemici Tractatus Alter de Sulphure.
Philalethae
Introitus Apertus ad occlusum Regis Palatium nunc verò è Manuscripto
Correctior editus.
Subtilis Allegoria super Secreta Chymiae
Authore Michaelis Mejeri.
Philalethae Metallorum Metamorphosis.
ejusdem Brevis Manuductio ad Rubinum Coelestem.
Item Fons Chymicae Veritatis.
Johannis Friderici Helvetii ¸
Vitulus Aureus quem Mundus adorat et orat, in quo tractatur de Rarissimo
Naturae Miraculo trasmutandi metalla, &c.
Ianitor Pansophus
seu Figura Aenea quadripartita cunctis Museaeum hoc Introeuntibus,
Superiorum ac Inferiorum scientiam Mosaico-Hermeticam, analytice exhibens.
L’iniziativa fu di Lucas Jennis, uno dei più importanti editori di testi
alchemici e rosacruciani, imparentato con la famiglia De Bry, incisori di
tavole in notevoli opere ermetiche, e amico del medico e alchimista Daniel
Stoltz von Stoltzenberg. Nel 1625 Jennis aveva già pubblicato una raccolta
di opere alchemiche in tedesco, la Dyas chymica tripartita
8,
che fu seguita, dato il successo, da una seconda edizione ampliata nello
stesso anno. Da questa furono tratti i testi della prima edizione del
Musaeum, tradotti per la maggior parte dal poeta laureato boemo Daniel
Meisner.
Riproduciamo qui la pagina di frontespizio, arricchita da immagini
ermetiche che ci propongono tutto il bestiario alchemico. In alto, a destra,
con Mercurio, il pellicano che con il suo sangue nutre l’embrione della
pietra, e serve poi per moltiplicarla in quantità e virtù. A sinistra,
accompagnata da Minerva, la fenice, simbolo della Pietra Filosofale
realizzata.

Seguono, nelle colonne di fianco, i quattro elementi. A destra la
salamandra del fuoco e il pesce dell’acqua. A sinistra l’aquila dell’aria e
lo scoiattolo per la terra.
Sotto, a destra il Sole con il leone e di fronte la Luna con il
granchio.
Restano da esaminare due vignette centrali. In alto, la prima, ci
descrive l’alchimia come arte della musica, definizione classica. In
basso invece viene riprodotta una incisione, sempre di De Bry, tratta dal
quarantaduesimo emblema dell’Atalanta Fuggente di Michele Maier
9.
Quella che qui si vede presenta però alcune interessanti differenze rispetto
all’originale. In quella si vedeva la Natura con in mano delle rose, seguita
solo dal primo dei viandanti. Il titolo dell’emblema diceva: A chi si
rivolge alle cose alchemiche Natura, Ragione, Esperienza e lettura siano
guida, bastone, occhiali e lampada
10.
Qui la Natura, un po’ più discinta, e quindi “svelata”, porta nella destra
il segno della Pietra Filosofale, il cosiddetto “sigillo di Salomone” che
indica che i due triangoli dell’acqua e del fuoco si sono finalmente e
armoniosamente uniti. Inoltre dietro al primo viandante ne viene un secondo,
che però non possiede occhiali, e cioè non ha esperienza, e
deve quindi seguire con attenzione i passi del primo, che invece può
osservare direttamente la Natura per indirizzare il proprio cammino.
*
I tre trattati che presentiamo sono i primi della raccolta del
Musaeum. Hanno alcune caratteristiche in comune che giustificano questa
scelta.
Innanzitutto sono di autori tedeschi dell’epoca, e quindi ci permettono
di avere un’idea chiara di come stesse evolvendo il pensiero ermetico in
Europa.
Fu un periodo molto fecondo per l’alchimia, almeno se lo consideriamo
dal punto di vista delle pubblicazioni, numerosissime, forse troppe. Pierre
Borel
11 nella sua bibliografia contava circa quattromila autori a metà del XVII
secolo, mentre il Borrichius
12 sosteneva addirittura che fossero in numero maggiore. Il Thorndike
13 sposa l’opinione che in quell’epoca gli alchimisti spendessero più tempo
a scribacchiare (scribbling) che a sperimentare, e aggiunge che
la maggior parte di questo scribacchiare, e delle opere stampate,
consisteva di citazioni ad nauseam di scrittori precedenti.
A questa critica va aggiunto che la tradizione alchemica europea
comincia a perdere il laboratorio in favore dell’oratorio.
Inizia cioè una profonda trasformazione che condurrà sempre più nel tempo a
leggere e interpretare gli insegnamenti ermetici in forma mistica e
spirituale, sino all’ermeneutica psichica di Jung e dei suoi allievi
14.
Di questo Jacob Böhme fu certamente il primo e più clamoroso esempio.
Tutti e tre i testi denunciano questa tendenza, con un atteggiamento
molto devozionale e cristiano che, anche se è sempre stato tipico
dell’ermetismo tedesco, giunge qui a toni talvolta sconcertanti per la loro
esasperazione. Nel leggerli si dovrà perciò esercitare una paziente
tolleranza per una visione religiosa fondamentalista, che non appartenne mai
alla più antica tradizione, e che d’altra parte è in contraddizione con un
Arte che si trova a proprio agio in ambienti di fedi molto diverse tra loro.
La singolarità più interessante di questi documenti, tuttavia, va
cercata altrove. Tutti e tre fanno riferimento a una misteriosa
fratellanza ermetica, la Rosa Croce d’Oro (Gölden und Rosenkreutz)
15,
che in qualche modo, più o meno distorta e sbrindellata, sembra sia giunta
sino ai nostri giorni.
Non va confusa con il cosiddetto movimento rosacruciano, che si rese
noto con i due famosi manifesti. Questo era innanzitutto una proposta di
riforma sociale, inserita all’interno di un più ampio movimento di idee che
all’inizio del XVII secolo si era diffuso per tutto il mondo tedesco,
strettamente connesso con il pensiero protestante.
I fratelli della Rosa Croce d’Oro invece, sembra si interessassero solo
di alchimia e ben poco di problemi sociali. È molto probabile che siano
l’autentica fonte del mito dei Rosa-Croce, che tanto successo ha avuto e
continua ad avere nel mondo occidentale, dove il termine ha acquisito ormai
il significato di grande iniziato.
Se ne comincia a sentir parlare all’inizio del XVII secolo, come vediamo
da questi testi, oltre che da opere più esplicite, come Gli arcani
segretissimi di tutta la Natura svelati dal Collegium Rosianum,
pubblicato a Leida nel 1630 da un certo Petrus Mormius
16.
Qui nasce la prima leggenda, che si contrappone a quella rosacruciana, e che
parla di un vecchio di nome Frédéric Rose che nel 1622 avrebbe fondato una
Società della Rosa-Croce d’Oro la cui tradizione risaliva a
Diocleziano, forse un ricordo della favola secondo cui questo imperatore
avrebbe distrutto i libri di alchimia egizi.
A parte qualche cenno, comunque, la setta restò in pacato silenzio sino
al secolo successivo, quando diventò famosa grazie a un trattato di Samuel
Richter
17 sulla vera e perfetta preparazione della pietra filosofale da parte della
Fraternità della Rosa-Croce d’Oro, edito a Breslavia nel 1710. Curiosa
figura di medico e teologo, predicatore, accusato di operare in segreto a
favore dei gesuiti, Sincerus Renatus, come amava firmarsi, menzionava
in appendice la regola dell’Ordine, retto da un’Imperator.
Nel 1747 Hermann Fictuld (forse uno pseudonimo per Johann Heinrich
Schmidt von Sonnenberg) ne riparla in uno studio sulla leggenda del vello
d’oro letta in chiave alchemica, dove si conclude che l’Ordine deriva da
quello del Toson d’Oro. Da qui in avanti la setta avrebbe dovuto riformarsi
ogni dieci anni. Ebbe una certa diffusione, tanto che nel 1779 pare contasse
ventisei cerchi con circa duemila membri.
Nel 1777 abbiamo notizie della riforma più importante, dovuta senza
dubbio agli stretti contatti che ormai da decenni l’Ordine intratteneva con
le strutture della massoneria tedesca. La forma assunta è quella di un
classico rito massonico, che prevede per l’ingresso il possesso dei primi
tre gradi di loggia, e fa seguire una scala di gradi successivi: Zelator,
Theoreticus, Practicus, Philosophus, Adeptus Minor, Adeptus Major, Adeptus
Exemptus, Magister, Magus.
È interessante notare che questa gerarchia, forse per sottolineare una
qualche discendenza iniziatica, è stata adottata in seguito da una serie di
sette moderne, come la Societas Rosacruciana in Anglia, la Golden Dawn, l’A.M.O.R.C.,
ed altre che si rifanno al mito dei Rosa-Croce.
A proposito di miti leggendari, l’ordine ne aveva uno suo
18,
molto diverso da quello di Christian Rosenkreutz. Si riporta a una
tradizione egizio cristiana. Secondo il racconto, da Adamo la suprema
conoscenza era giunta in Egitto dove un certo Ormus aveva fondato la prima
fratellanza, facendosi poi battezzare da san Marco per purificare così la
saggezza segreta con il messaggio evangelico. Gli ormusiani, come si
chiamano in quel momento, sono tenuti alla massima discrezione, e prendono
come segno distintivo una croce d’oro smaltata di rosso.
Persa la Palestina dai crociati, i fratelli si disperdono, tre di loro
giungono in Scozia e nel 1196 fondano l’Ordine dei Costruttori d’Oriente.
Ricevuto tra loro re Edoardo I, con Raimondo Lullo, solo le famiglie di York
e Lancaster possono da quel momento accedere ai massimi livelli, mentre dal
loro blasone viene la rosa aggiunta al nome della setta che diventa
Rosa-Croce d’Oro del Sistema Antico.
Come si vede sono le solite fantastiche stravaganze dei circoli
massonici dell’epoca, con qualche aggiunta dove manca però, curiosamente, un
qualche accenno ai Templari.
Resta una curiosità da citare, a dimostrare un legame tra questi
trattati e la massoneria moderna.
La pagina che fronteggia quella del titolo interno del Musaeum
(riportata qui) presenta una vignetta seguita da una breve poesiola. La
firma, D.M., è certamente quella di Daniel Mylius. Si vedono i sette
metalli aureolati nelle viscere della terra, cui si contrappongono in alto i
sette pianeti, tra cui si contano anche sole e luna. Nel centro l’acqua e il
fuoco fiancheggiano la loro unione nella pietra filosofale. Ai quattro
angoli, i simboli dei quattro elementi.
Ancora nel centro della caverna, il pozzo con la carrucola priva di
corda indica la difficoltà nel procurarsi l’acqua celeste (o “divina”, come
la chiamava Zosimo) necessaria all’Opera, quella che deve sgorgare dalla
roccia dei filosofi.
La piccola poesia dice:
Le cose che stanno in alto, si trovano in basso:
ciò che mostra il cielo, spesso ha la terra.
Fuoco, Acqua che scorre, sono due contrari: felice,
se tali congiungi: ti basti sapere questo .
La curiosità consiste nel fatto che il gioiello simbolo dell’Arco Reale,
il grado (o ordine) più importante e pregiato della massoneria anglosassone,
riporta come motto il verso finale della quartina di Mylius, e cioè:
talia si jungis sit tibi scire satis.
Questo vuol dire che esiste una catena che unisce questi trattati
alchemici alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra? Non oserei mai dirlo, anche
per evitare un probabile anatema da parte dei massoni inglesi
19.
Il fatto comunque resta ed è innegabile.
*
I tre trattati sono anonimi, e poco si è riuscito ad immaginare sui
supposti autori. Come si vedrà, quel poco è insignificante.
Il primo, Il Trattato Aureo della Pietra filosofale, ebbe una
prima edizione nella Dyas Chimica Tripartita
20 .
Si è supposto che l’autore fosse Johann Grasshoff, un giurista della
Pomerania, poi arcivescovo e elettore di Colonia, che ha lasciato una serie
di opere, alcune anonime, altre firmate come Grassaeus (Crasseus, Grossaeus)
Cortolasseus e Hermann Condeesyanus. Sembra sia morto a Riga nel 1623.
Il secondo, l’Aureo secolo redivivo, anch’esso pubblicato prima
in tedesco, è l’unico firmato, nella prima edizione da Henricus
Madathanus, Theosophus, Medicus & tandem, Dei gratia aureae crucis frater.
Il Madathanus
21 sarebbe stato in realtà un certo Adrian von Mynsicht, nato a
Ottenstein nel 1603, medico del duca Adolph Friedrich di Mecklenburg,
considerato lo scopritore del tartaro emetico
22,
conte palatino e poeta laureato. Aveva una passione per i mutamenti di nome.
Quando si laureò in medicina a Helmstädt, lo fece col nome di Tribudenius.
E quando fu fatto nobile, anagrammò il proprio cognome da Sümenicht, letto
Symnicht, in Mynsicht. Scrisse varie opere mediche, tra cui un Thesaurus
et Armamentarium Medico-Chimicum, edito per la prima volta ad Amburgo
nel 1631, con cui si pubblicò spesso in appendice l’Aureo secolo. Fu
un testo di molto successo, che continuò ad essere stampato sino al secolo
successivo, con traduzioni sia in tedesco sia in inglese. Nella prefazione
vi diceva, tra l’altro, che avrebbe presentato delle nuove medicine, anche
se non del tutto sconosciute agli antichi, ma adattate ai nuovi tempi e alle
nuove malattie, queste sì sconosciute agli antichi, che erano comparse in
questa età declinante del mondo. Morì nel 1638.
Infine l’Idrolito sofico, o “Pietra-acqua dei saggi”, è stato
attribuito a un certo Johann Ambrosius Siebmacher, di cui peraltro non si sa
nulla, se non che probabilmente visse a Norimberga ed Augusta all’inizio del
XVII secolo. Questo trattato comunque è quello che ebbe più successo
all’epoca, tradotto anche in inglese nel 1659, noto in particolare per
l’apprezzamento che ne diede Jacob Böhme in una lettera del 6 luglio 1622
indirizzata a Christian Steinbergen, dove gli raccomandava di leggerlo.
Passiamo a esaminare i contenuti.
*
Trattato aureo della pietra filosofale
La pagina di frontespizio ci presenta una specie di croce di Lorena,
simbolo spagirico della cenere, su un campo quadrangolare azzurro (secondo
il simbolismo araldico). Sui due bracci orizzontali si legge: ogni virtù
è posta nella sabbia, frase che ritroveremo all’inizio del testo. In
verticale, tra il sole e la luna, sta scritto: ha in sé tutto la pietra
benedetta.
Nella Prefazione l’autore ricorda di aver studiato per ventidue
anni l’Arte ermetica, e che dopo diciotto aveva infine tutto chiaro, ma
dovette ancora attendere prima di metterla in pratica il tempo in cui Dio
si degnò di concedermela. In tutta questa prima parte si insiste molto
sull'alchimia intesa come dono di Dio, data ai degni e ai predestinati:
l'Arte è facile, purché Dio decida di donarla
Questo significa che poi realizzò l’Opera? Nel titolo del trattato
riportato nell’indice, in effetti, si proclama Lapidis Possessor, ma
leggendo il suo saggio questa dichiarazione appare un po’ presuntuosa. In
effetti è una specie di florilegio di brani tratti da autori classici scelti
e ordinati per tema, con qualche precisazione, come potrebbe essere lo
scritto di uno studioso, che senza dubbio ha molto letto, ma che non
dimostra mai l’animo dello sperimentatore. Le citazioni sono piuttosto
esatte e corrispondono ai testi. Gli autori, o le opere, citati sono
perlopiù i classici più noti, facilmente reperibili. Vanno dalla Turba dei
Filosofi e il suo commento - le Esercitazioni sulla Turba - al Trevisano,
Lullo, Riccardo Anglico, il Geber latino, Arnaldo da Villanova, Basilio
Valentino, Morieno Romano, Ruggero Bacone, Tommaso d’Aquino, Michele
Sendivogio, il Clangor Buccinae, Avicenna, il Rosario Abbreviato, o Minore.
La Prefazione si chiude con l’immagine del cerchio zodiacale che
racchiude tra i nomi dei quattro elementi un quadrato aureo. Nel centro, un
cerchio stellato a sette punte porta la scritta Meraviglia della Natura.
Intorno, sulle punte della stella, i sette pianeti, o metalli, compresi sole
e luna, oro e argento, in una successione inconsueta, dove il mercurio ha
preso il posto del ferro, e l’oro quello dell’argento. Anche lo zodiaco è
invertito, ma non ne trarrei grandi conclusioni esoteriche. Tra le punte,
vari simboli spagirici: vetriolo, sale armoniaco, allume, salnitro, sale
comune, zolfo e antimonio (cioè stibina).
La maggior parte del trattato riguarda il problema della materia prima e
di dove la si possa trovare.
Subito un riferimento iniziale alla pagina del titolo, dove il simbolo
della cenere riporta le due prime affermazioni: la materia è unica, e se ne
prepara tutto, basandosi sulla sabbia, che - qui si precisa - è quella
rossa del mare, lo sputo della luna.
Segue una serie di citazioni che insistono sul fatto che la materia su
cui si deve operare è una sola, che possiede tutto quanto è necessario.
Si spiega poi che da questa vanno estratti due enti, variamente
definiti, uno maschile e l'altro femminile, o attivo e passivo, che dovranno
poi essere ricongiunti in modo appropriato.
Crescono le ambiguità: i due enti diventano tre, corpo, anima e spirito,
o corpo imperfetto, acqua e fermento.
Questa misteriosa materia dove va cercata? Incomincia una lunga
trattazione per nulla originale.
Innanzitutto si ribadisce la vecchia teoria sui metalli: sono composti,
o generati, da zolfo e mercurio e si differenziano per una maggiore o minore
cottura, e per la presenza di uno zolfo immondo ed estraneo, tutti
comunque all'inizio predisposti a diventare oro.
Ora, dato che la pietra è minerale, la sua origine non può essere
cercata nel regno animale.
Per lo stesso motivo non può essere cercata nel regno vegetale, anche
perché i vegetali, come peraltro gli animali, sono tutti combustibili e non
resistono al fuoco.
Quindi bisogna inevitabilmente rivolgersi al regno minerale. Ma anche
qui vanno scartati per vari motivi pietre, sali, allumi, semiminerali - come
li chiama - cioè marcassiti, magnesia, antimonio (cioè stibina, il solfuro
di antimonio che è il suo minerale naturale ). Il motivo principale è che a
tutti questi manca il mercurio che, come si è già detto, è essenziale per
ottenere la pietra, e che è principio dell'arte.
In realtà i minerali medi - marcassiti, antimonio, magnesia e orpimento
- avrebbero un che di metallico, e alcuni di loro sono generati da zolfo e
mercurio, o quantomeno posseggono del mercurio, tanto da poter essere
definiti semimetalli o metalli intermedi. Ma anche questi vanno scartati
perché contengono un’impurità che non può in nessun modo essere eliminata,
per cui il loro mercurio è inutile per l'arte. Così è per l’antimonio, e
così anche per il vetriolo, anche se entrambi possono essere utili per certi
procedimenti particolari di trasmutazione metallica.
Restano lo zolfo e il mercurio normali, che definisce volgari. Ma
di questi si nota che il primo è combustibile, corrosivo, grossolano,
impuro. Il secondo è crudo, immaturo e incapace di resistere al fuoco,
quindi con caratteristiche ben diverse da quello filosofico.
Segue una deviazione per descrivere un'operazione ben nota, che consiste
nel mettere in argento vivo ben purificato dell'oro opportunamente
preparato, per far cuocere poi l’amalgama a lungo su un fuoco moderato. I
fenomeni che si presenteranno manifestano tutti i colori previsti dalla
teoria, per cui molti hanno visto in questa cottura umida la realizzazione
effettiva dell'opera, affascinati da quanto osservavano. Comunque questa
cottura, come conferma anche il nostro autore, per quanto accortamente
condotta, non conduce a nulla se non alla perdita dei materiali, tra l'altro
piuttosto costosi.
A questo punto, scartati animali, vegetali e minerali, restano solo i
metalli da considerare come materiali da cui ottenere la materia prima
dell'opera. Per questi, il nostro autore accetta la teoria che siano formati
da zolfo e mercurio, proprio come sarebbe necessario.
Ma i metalli imperfetti vanno eliminati perché contaminati da uno zolfo
immondo, da cui non possono essere purificati in nessun modo. Inoltre
resistono poco al fuoco, sempre a causa di questo zolfo incombustibile.
Come chiarisce, i nomi dei metalli imperfetti che si trovano nei testi
dei filosofi servono soltanto a rappresentare diversi stati della materia
della pietra, che nella sua evoluzione progressiva assume varie forme e
colori che per analogia e similitudine sono descritti dai metalli che più le
assomigliano.
Restano quindi soltanto i due metalli perfetti, oro e argento, o sole e
luna.
Ora, quando sembrerebbe chiara la soluzione del problema, scopriamo però
che l’oro dei filosofi non è quello volgare, così come l'argento.
L'oro e l'argento dei filosofi sono vivi, quelli volgari sono morti.
L'oro dei filosofi è la loro terra, la loro acqua, il loro
rame, il loro fermento tingente. E lo si deve estrarre dalla
magnesia.
In conclusione, si è mostrato al buon indagatore della nostra arte
che la materia che gli occorre deve essere unica, che va divisa in zolfo e
mercurio, che non va estratta se non da oro e argento vivi e filosofici.
Conclusa questa parte, si passa brevemente a quello che il nostro autore
definisce come il massimo arcano dell'arte, cioè la soluzione. Che è,
si capisce, la preparazione, o produzione, del mercurio.
Dal corpo - o dai corpi - si estrarrà un'acqua secca che non bagna le
mani, il mercurio che contiene in sé il proprio zolfo, e l'occulto
diventerà manifesto.
È una breve e piuttosto incomprensibile dissertazione, composta in
massima parte da una lunga citazione del testo iniziale di Ripley, dopo la
quale diventa molto ragionevole il fatto che il nostro filosofo ribadisca
che a questa conoscenza non si può giungere se non grazie ad ardenti
preghiere e a una rivelazione di Dio, perché la soluzione è il segreto
dell'arte e l'arcano dei filosofi, rivelabile solo da Dio stesso.
Segue una piccola poesia, un enigma che ripercorre in modo molto
succinto quanto si è detto, e infine inizia la Parabola ove si chiarisce
il mistero dell'intero lavoro.
Un po' barocca, la parabola - come altre dell'ermetismo seicentesco -
descrive in modo tradizionale l’Opera secondo i classici stereotipi, senza
però entrare in dettagli o divulgazioni operative che evidentemente il
nostro autore considera pericolose (se le conosceva).
Si parte dalla materia prima preparata, qui descritta come un leone
aggressivo invece del consueto drago, che viene separata in una parte rossa
e in un'altra candida. La stessa operazione viene descritta con una seconda
allegoria, in cui si pone il problema di entrare nel giardino chiuso dei
filosofi. Lo si potrà fare solo possedendo la chiave universale che
va preparata a parte. Si incontrano allora lo sposo rosso e la sposa bianca,
cioè lo zolfo e il mercurio dei filosofi.
I due vanno riposti nel vaso di cristallo, chiuso ermeticamente,
che viene poi riscaldato con fuoco mite.
Segue la tipica descrizione della cottura umida dove i due si
sciolgono, il tutto diventa nero, inizia la putrefazione che dura a lungo,
poi la coobazione permette l'apparire dei primi colori, che si concludono
col bianco, e infine con lo scarlatto della pietra compiuta.
Segue una prima moltiplicazione della pietra con l'acqua iniziale e poi
una seconda, allo scopo di rinforzarla in quantità e virtù.
L’Opera è conclusa: la pietra filosofale ha raggiunto il suo ottimo
stato ed ora è in grado di produrre oro, o di curare malattie e vecchiaia.
Nessun accenno viene fatto sulla necessità della fermentazione,
creando così un ulteriore dubbio sull’esperienza pratica del nostro
misterioso autore.
*
Aureo secolo redivivo
Sulla pagina di frontespizio l’immagine riprodotta è la stessa scolpita
sul frontone della Porta Magica di Roma
23 ,
con l’aggiunta di alcuni particolari interessanti.
Come là, sulla circonferenza si legge:
Tre cose sono ammirevoli, dio e uomo, madre e vergine, trino e uno
Qui però i due triangoli dell’acqua e del fuoco sovrapposti sono
colorati, secondo le consuetudini dell’araldica, cioè punteggiata l’acqua a
rappresentare l’oro, con righe orizzontali il fuoco per il colore azzurro.
Toni apparentemente incoerenti con il simbolismo tradizionale, perché di
norma l’acqua è celeste ed il fuoco dorato, in accordo però con le classiche
definizioni ermetiche di acqua ignea e fuoco acqueo.Su tutto, sta il globo sormontato dalla croce, con al centro il simbolo
dell’oro, e la scritta:
il centro nel triangolo del centro
Un’altra singolarità della nostra figura rispetto al bassorilievo
romano, è rappresentata dalle due lettere puntate B. ed S. Sono le iniziali
dei due corpi che vanno scelti, in alternativa, all’inizio dei lavori, e
che, reagendo con altri materiali, prima in modo banale, poi con
procedimenti più occulti (filosofici, come si suol dire), produrranno
il caos iniziale, la misteriosa materia che basta da sola per realizzare la
Grande Opera.
Questi due minerali, di cui S. fu certamente il preferito sin
dall’antichità, mentre B. riscosse un certo successo presso gli artisti
tedeschi del medioevo, hanno in comune alcune caratteristiche particolari
che li hanno fatti esaminare con interesse anche dai nostri scienziati
contemporanei, sia per quanto riguarda le proprietà diamagnetiche, sia in
termini di resistività elettrica (per cui qualcuno li considera intermedi
tra i metalli ideali e i cristalli isolanti) sia per la struttura
24 .
L’insegnamento del testo è molto pratico, a differenza del precedente, e
affronta il tema del massimo arcano dell’Arte. L’autore ci precisa subito
nella sua Prefazione (ci tornerà poi in forma allegorica nel
seguito), che ottenuta infine la materia della Pietra, dovette attendere
cinque anni prima di riuscire ad aprirla. Possedere la materia non basta se
non si possiede la chiave opportuna.
È un fatto capitale, che a volte si trascura. Ricordo Limojon de
Sainct-Didier quando dice : Io vi compiangerei molto se, come me, dopo
aver conosciuto la vera materia, voi passaste quindici anni interamente nel
lavoro, nello studio e nella meditazione, senza poter estrarre dalla pietra
il succo prezioso che essa racchiude nel suo seno…
25 .
Nell’allegoria che segue, la materia è rappresentata sia da una vecchia
sia dalla figlia, la vergine occulta rivestita da abiti immondi. Il nostro
mercurio in effetti è ricoperto da una materia orrenda e fetida da cui va
estratto e ripulito, in modo che il caos nero e impuro iniziale si trasformi
in bianco e puro.
Si noti che non c’è differenza sostanziale tra i due corpi.
Rappresentano due stati differenti della stessa materia, per cui, in un
certo senso, il corpo immondo, il mercurio bianco e puro e la pietra
filosofale sono la stessa cosa, Su questo, e sulle ambiguità che ne
derivano, i maestri hanno giocato all’infinito per creare confusione nella
mente degli studiosi.
Ora il problema è rappresentato dalla necessità di ottenere la vergine
ripulita dalle sue coperture immonde. La vecchia promette a questo scopo una
liscivia opportuna
26 ,
ma il nostro artista lascia le vesti per cinque anni, senza toccarle.
Viene precisato che sotto le vesti si cela un cofanetto bianco, che se
opportunamente purificato e trattato si aprirà da solo, offrendo doni
preziosi, argentei e aurei.
La vecchia, che è sia un’evidente personificazione della natura
universale che la madre della vergine, cioè un suo stato precedente, torna
ad aiutare il povero artista che non riesce a lavare la veste. Infatti non è
così che si deve procedere. L’abito va eliminato col fuoco, mentre è il
cofanetto che poi dovrà essere lavato con la liscivia.
Una volta fatto, segue un’altra importante precisazione: non si deve
aprire il cofanetto. Lo si deve mettere a cuocere sino a maturazione, e
allora darà spontaneamente i suoi tesori.
Tutto ciò viene raccontato all’interno di un sogno
27 ricorrente, che usa numerose citazioni del Cantico dei Cantici
opportunamente adattate, e che, per l’epoca, non è nemmeno troppo barocco, e
tutto considerato nemmeno troppo devozionale. Anzi, mi pare di intravedere,
specie nell’Epilogo, un atteggiamento alquanto eterodosso che sfiora
il panteismo, anche se in modo molto prudente.
Infine avverto che qua e là si troveranno altri preziosi dettagli, un
po’ velati ma riconoscibili, su queste operazioni, su cui non mi posso
ulteriormente dilungare.
*
Idrolito sofico o acquario dei saggi
L'Acqua pietra dei saggi, come diceva il titolo originario (Wasserstein
der Weisen), fu, come ho già detto, la più stimata tra queste opere. In
effetti, anche se non si può negare che contenga degli insegnamenti
interessanti per quanto riguarda l’opera ermetica, la sua caratteristica più
notevole è senza dubbio il forte empito religioso, che ben si accordava con
lo spirito del tempo.
Non è il primo trattato alchemico che riconduca i misteri ermetici a
quelli della teologia cristiana. Credo anzi che il primo sia stato Arnaldo
da Villanova, nella sua assimilazione della passione cristica alle
operazioni che deve subire la pietra dei filosofi per giungere al suo
perfezionamento. Qui però la prospettiva è rovesciata. Mentre altrove, come
in Arnaldo, la leggenda di Cristo serve a riconoscere i misteri della gnosi
ermetica, ora è la Grande Opera ad essere usata come tipo dei misteri
cristiani, a confermarne senso e verità.
Siamo, come già detto, sul confine tra l’alchimia tradizionale e la
nuova interpretazione mistica e mentale. Böhme non si ingannò nelle sue
lodi: aveva riconosciuto uno spirito familiare, che avrebbe avuto nei secoli
successivi un successo impensato.
In accordo con questa visione, l’obiettivo dichiarato sin dall’inizio
non è la trasmutazione metallica ma la medicina universale, anche se più che
di immortalità si parla di salute e longevità.
I filosofi (alchimisti, tra cui si elenca anche Gesù) cercarono se nella
natura ci fosse qualcosa per preservare il corpo terreno dell'uomo dalla
distruzione e dalla morte, e trovarono questo arcano che può sanare i corpi,
allontanare la vecchiaia e prolungare la brevità della vita. Rivelato da Dio
ad Adamo e da questi trasmesso ai patriarchi, venne in qualche modo a
conoscenza anche dei pagani, che lo considerarono uno speciale dono di
Dio .
Per ottenerlo non si devono seguire vie complicate e intricate perché ce
n'è una diritta, sicura e senza tortuosità, diritta infallibile e sicura.
Il testo poi si divide in quattro parti e un epilogo.
Prima parte
Si sottolinea subito la necessità di un forte atteggiamento devozionale
(cioè cristiano). Si giunge a quest’arte solo se si ha la misericordia
dell'onnipotente, e se si è devotissimi e dediti alla preghiera. Allora
soltanto Dio aiuterà col suo Spirito Santo facendo giungere
all'inizio dell’opera.
Dopo una deviazione, per prescrivere il segreto verso gli indegni o gli
empi a rischio di essere puniti in modo terribile, si introduce il concetto
di anima del mondo, che viene chiamata natura universale che opera
in tutte le cose in un certo modo invisibile: la natura ha come
qualità e proprietà di essere unica, semplice e perfetta nel suo essere,
essendo inoltre in essa racchiuso uno spirito segreto.
Si insiste di nuovo sulla necessità di un atteggiamento interiore
adeguato alla ricerca, distaccato dalle passioni del mondo, e totalmente
dedito all'opera: se infatti il cuore e l'anima non sono condotti in modo
da occuparsi per intero dell'opera, allora uscirai dall'arte.
Ma innanzitutto si deve raggiungere la conoscenza della vera prima
materia.
Segue a conclusione una citazione dell'Ecclesiastico totalmente
inventata.
Seconda parte
Si paragona la materia prima con la pietra angolare che i costruttori
hanno gettato, con una citazione da Isaia, e si affronta il problema della
sua conoscenza.
Seguono una serie di affermazioni piuttosto banali. È una cosa sola, pur
essendo fatta da più cose. Si trova dovunque. È una pietra, eppure è
un'acqua bianca. È un'acqua che non bagna le mani, un'acqua secca (un'acqua
pietra, da cui il titolo dell'opera), è il doppio mercurio, il fuoco
universale, l'anima del mondo (perciò si trova e si muove in tutte le
creature elementari). Si conclude sottolineandone l'aspetto vile e
spregevole.
Com'è nello stereotipo, i paradossi vengono dal considerare la materia
nella sua forma iniziale, in quella che assume in seguito e nel suo aspetto
metafisico.
Seguono tre enigmi che giocano anch'essi su queste ambiguità. Qui, e lo
si vede bene nel terzo, viene però detto con chiarezza non consueta che la
prima materia non è qualcosa che esista in natura ma va fatta (bisogna
procurarsi con gran cura tutto ciò che serve e che sembra in seguito
necessario alla sua preparazione).
Una volta ottenuta - ma prima si consiglia di meditare a lungo nell'oratorio
pregando, senza aver troppa fretta di incominciare - la si prende, la si
deve dissolvere più volte, poi purificare liberandola dalla caligine che la
obnubila. Questo va fatto con l'acqua pontica, separata nei suoi
componenti che poi devono essere riuniti. È la separazione del puro
dall'impuro, rendere visibile l’invisibile. Si ottiene così il mercurio dei
filosofi. Il mercurio però non è ancora una medicina, piuttosto un veleno,
per cui va ulteriormente elaborato. Bisogna aggiungere al mercurio dell’oro
secondo una certa proporzione, ma non l'oro volgare, un oro vivo,
passato per l’antimonio.
Segue una congiunzione lenta e articolata, poi una lenta cottura nel
forno che pretende l'uso del fuoco della saggezza, che è acqua di
mercurio, latte di vergine o acqua di vita. Iniziano i
regimi, molto simili alla descrizione del Filalete, con i loro tempi e
colori.
Terminata l'opera, rese grazie a Dio, l'ultima classica raccomandazione:
Non abusare di questo dono, ma usalo a gloria onore di Dio e a profitto
dei bisognosi.
Si chiude con alcuni consigli pratici su come ovviare a qualche errore o
impedimento operativo, con tre enigmi nella più consueta tradizione
ermetica, e con una citazione, al solito molto libera, da Proverbi.
Terza parte
Introdotta da una citazione, questa volta esatta, dal Siracide, questa
parte vanta l’efficacia e l'utilità della pietra dei filosofi, in cui stanno
per intero la felicità temporale, la salute corporale e la fortuna:
Accorda agli uomini salute e prosperità, guarisce ogni malanno, prodiga
onori temporali e lunga vita ai più.
Tuttavia si aggiunge una proprietà nuova e del tutto originale:
condanna con pene eterne i malvagi che ne abusano. Perché questa pietra
in effetti è qualcosa di molto particolare per il nostro autore: la pietra è
lo spirito eletto, quello più nobile, più puro, cui tutti gli altri
obbediscono come a un re.
È la base della sapienza di tutti i saggi, cui ha rivelato i misteri
profani e quelli divini, risvegliando e infiammando i loro cuori.
Un primo accenno a quanto sarà sviluppato nella quarta parte: la pietra
permette di conoscere, anzi di vedere, i dogmi divini del cristianesimo
dalla Santa Trinità alla vita di Gesù.
Si torna poi a un problema pratico, quello della fermentazione
necessaria per trasformare la pietra filosofale in polvere di proiezione, e
renderla utile alla transmutazione metallica, anche se questa viene
considerata tra le sue facoltà la più vile e meno importante.
Quarta parte
Iddio ci propone i suoi insegnamenti con allegorie e parabole, e così
volle parlarci, descrivendo la pietra rifiutata dai costruttori che diventa
pietra angolare, di Gesù Cristo nella sua forma corporale e visibile, vera
pietra celeste e benedetta, data per il bene di tutto il genere umano.
La pietra filosofale è tipo, allegoria e simbolo di quella vera e
celeste. La sua preparazione ci indica, sempre in modo allegorico, ma molto
preciso, come possiamo giungere all'altra, partendo dall’ottenimento della
prima materia. Perciò bisogna guardarsi dal non commettere errori
all'inizio, e aprendo gli occhi dello spirito e dell'anima,
procedendo dall'interno, scrutando nella propria interiorità, senza farsi
ingannare da una lettura esteriore - potremo dire essoterica - della Parola
scritta. Grazie allo Spirito Santo che abita nel cuore dei credenti in
una luce inaccessibile. L'uomo deve giudicare le cose spirituali col
senso interno, senza trascurare di dare al senso esterno la parte che gli
compete.
Comincia un confronto tra la Grande Opera e la vita di Gesù. Tutti i
nomi e gli attributi della pietra possono essere attribuiti a Dio e al suo
figlio.
Dio, dice con una vena di panteismo, è la vera Magnesia Cattolica o
sperma cattolico del mondo dal quale, per il quale e nel quale tutte le
creature celesti e terrestri ricevono essere, moto e origine.
Prosegue con una lettura molto singolare ed esoterica, sia della Grande
Opera, sia della teologia e dei dogmi cristiani, in una specie di “Imitatio
Christi” molto originale e non sempre ortodossa, anche se si slancia contro
gli eruditi aristotelici e le loro discussioni teologiche secondo modi
ben poco cristiani.
Come la preparazione della pietra, la Grande opera, in quanto tipo
eccellente e immagine vivente dell'incarnazione di Cristo, ci insegna a
conoscere i misteri della sua esistenza, morte e resurrezione, così le sue
proprietà ci insegnano l'efficacia del Cristo, la sua virtù e tintura,
come pure la sua fermentazione e moltiplicazione in noi, uomini difettosi e
i miseri al pari dei metalli imperfetti.
Segue un lunghissimo discorso di esortazioni cristiane che, con qualche
riferimento alla Grande Opera, ribadisce la necessità di una vita tutta
indirizzata alla parola divina, a seguirne i precetti, a praticar nella
virtù. In realtà noiosissimo.
Epilogo
Si ribadisce che non si può iniziare la preparazione della pietra
terrestre se non si è cominciata anche quella della pietra celeste: senza la
vera conoscenza di Cristo, pietra angolare celeste, è non solo difficile, ma
proprio impossibile preparare la Pietra Filosofale.
*
Con la fine del XVII secolo si conclude la stagione dell’alchimia
europea. Seguiranno nei secoli altre opere dedicate alla ricerca ermetica,
ma sarà rarissimo trovarvi la purezza e la semplicità degli antichi
trattati. Irrompe ormai il mondo moderno, con le sue nevrosi e la sua
complessità.
Gli uomini perderanno la capacità di osservare la natura con
imaginatio vera et non phantastica, e, rivolti in se stessi, saranno la
peggior espressione possibile del simbolo dell’Uroboros.
In un mondo antropocentrico non bastano quattro lamentele di
“ambientalisti” stizziti, a far risorgere il senso dello stupore di fronte
allo splendore cosmico. La tradizione si perde in molti modi. Il più sicuro
è quello di stravolgerla in una pantomima grottesca, in cui l’essere umano,
avvilito dal progresso, abbia come unica speranza quella della misericordia
di una divinità gelosa e incomprensibile, chiamata con ridicolo rispetto,
metodo scientifico.
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